|
ET
IN ARCADIA EGO
Semantiche mito-ermetiche in alcuni quadri
di Guercino e Poussin
Parte Prima - Guercino
(Franco Baldini)
Non proverò nemmeno a spacciare quanto segue per oro colato:
è soltanto il lavoro di un dilettante sollecitato da un enigma
che le indagini professionali non sono riuscite a chiarire in modo
soddisfacente. Sulla base della mia cultura, ovviamente abborracciata
e lacunosa, ho costruito un'interpretazione diversa da quella comunemente
accettata combinando in una costruzione un certo numero di indizi
e anche quella che ai miei occhi somiglia molto a una prova. Tuttavia
devo riconoscere onestamente che anche questa mia rimane soltanto
un'ipotesi interpretativa di dignità non superiore alle altre:
come tale non vale la minima polemica. La cosa migliore da fare
è secondo me di leggerla come una fiction, un racconto di
come le cose avrebbero potuto andare, che consente di scorrazzare
liberamente in alcuni angoli poco noti del periodo storico a cavallo
tra cinquecento e seicento. Insomma, non chiedo affatto al lettore
di condividere le mie tesi, sarei però assai contento se
la storia che sto per raccontare lo dilettasse almeno un poco. Infine,
poiché questo non è che un divertissement, mi sono
preso la libertà di risparmiarmi la fatica di dotarlo di
un sistematico apparato di note che l'avrebbe inutilmente appesantito.
1. ET IN ARCADIA EGO
Il quadro che ci accingiamo a studiare è un olio su tela
di cm. 82 x 91, eseguito pare intorno al 1618 dopo una breve visita
dell'autore a Venezia, ed è oggi alla Galleria Nazionale
D'Arte Antica di Palazzo Corsini in Roma. Dopo quasi quattrocento
anni dalla composizione del dipinto, gli storici dell'arte ammettono
ancora che né le origini né il significato del tema
Et in Arcadia Ego sono chiari. È nostra intenzione cercare
di risolvere l'enigma.
Figura
1
In un paesaggio agreste e montuoso, sotto un cielo ancora notturno
ma in cui si comincia a scorgere il chiarore che precede l'alba,
due enigmatici personaggi si affacciano tra gli alberi da dietro
una massa rocciosa di colore nerastro, di fronte alla quale sta
un angolo di muratura che sorregge un grande teschio sulla cui calotta
cranica è posato un moscone, mentre un topo sembra roderne
il lato destro della mascella. Su un alberello sovrastante e biforcuto
- il cui ramo superiore è verde mentre l'inferiore secco
- sta un uccellino appollaiato, con il capo ritratto e le penne
arruffate: dunque ancora visibilmente addormentato. D'altra parte
anche la stasi del moscone - insetto che entra in attività
solo di giorno - e la presenza di quell'animale notturno per eccellenza
che è il topo, confermano inequivocabilmente l'ora - antelucana
sia pur di poco - in cui abbiamo situato la scena. Nella parte frontale
del pezzo di muratura - invisibile ai due personaggi dipinti, dunque
offerta esclusivamente alla sagacia dello spettatore - campeggia
in maiuscole latine la famosa scritta "ET IN ARCADIA EGO",
sulla quale tanto inchiostro è stato inutilmente versato.
I due personaggi, di cui sono visibili solo i torsi, dimodoché
sembrano quasi emergere direttamente dalla massa rocciosa che sta
loro davanti, appoggiandosi a bastoni di diversa lunghezza scrutano
meditabondi il simbolo per eccellenza della morte corporale: l'uno
è più giovane, imberbe, a capo scoperto e vestito
di una tunica bianca mentre l'altro è più anziano,
barbuto, ed ha il capo coperto da un voluminoso berretto, rosso
come la tunica che lo riveste e della quale si scorge in alcuni
punti il risvolto bianco.
Dobbiamo dire - a scanso di equivoci - che siamo ben lungi dal contestare
il significato tradizionalmente attribuito dalla critica accademica
alla composizione: certamente, e nel migliore spirito rinascimentale,
i due personaggi stanno meditando sul mistero della morte, ma voler
pretendere che con ciò si esaurisca il senso del dipinto,
e che ciò sia addirittura confermato dalla misteriosa frase
epigrafica, significa votarne i dettagli - in definitiva, tutta
la materia formale che lo costituisce fisicamente - all'insignificanza
più totale. Questo è - secondo noi - il maggior difetto
di un'ermeneutica che, per il continuo timore di cadere nel discredito,
finisce spesso per contentarsi di restituire soltanto l'evidenza.
Infatti, perché mai Guercino avrebbe esplicitamente conferito
alla sua tela un carattere di enigmaticità così elevato
se avesse voluto esprimervi solamente un'allegoria generica e per
ciò stesso triviale? Nessuno ignora che una tale operazione
lo avrebbe certo esposto, ai suoi tempi - tempi di erudizione preziosa
e aristocratica e di ingegnosità geroglifica impareggiabile
- al ludibrio generale. Quel che in questo modo si rende al pittore
non è davvero un bel servizio: vuol dire ignorare lo sforzo
che deve essergli costata l'inventio che la Galleria di Palazzo
Corsini offre, ormai inutilmente, allo sguardo superficiale dei
visitatori. Per parte nostra non dubitiamo che anche il Guercino,
come ogni altro uomo di cultura del tempo, all'atto di accingersi
a costruire nella propria mente lo schema di un'opera, doveva avere
ben chiaro quel passo del De vulgari eloquentia in cui l'Alighieri
dichiara le regole semantiche della scrittura, naturalmente estese
anche al dominio delle arti figurative, e che vale la pena di trascrivere:
"Dico che, sì come nel primo capitolo è narrato,
questa sposizione conviene essere litterale e allegorica. E a ciò
dare a intendere, si vuol sapere che le scritture si possono intendere
e deonsi esponere massimamente per quattro sensi. L'uno si chiama
litterale, [e questo è quello che non si stende più
oltre che la lettera de le parole fittizie, sì come sono
le favole de li poeti. L'altro si chiama allegorico,] e questo è
quello che si nasconde sotto 'l manto di quelle favole, ed è
una veritade ascosa sotto bella menzogna: sì come quando
dice Ovidio che Orfeo facea con la cetera mansuete le fiere, e li
arbori e le pietre a sé muovere; che vuol dire che lo savio
uomo con lo strumento della sua voce fa[r]ia mansuescere e umiliare
li crudeli cuori, e fa[r]ia muovere a la sua volontade coloro che
non hanno vita di scienza e d'arte: e coloro che non hanno vita
ragionevole alcuna sono quasi come pietre. E perché questo
nascondimento fosse trovato per li savi, nel penultimo trattato
si mostrerrà. Veramente li teologi questo senso prendono
altrimenti che li poeti; ma però che mia intenzione è
qui lo modo de li poeti seguitare, prendo lo senso allegorico secondo
che per li poeti è usato.
Lo terzo senso si chiama morale, e questo è quello che li
lettori deono intentamente andare appostando per le scritture, ad
utilitade di loro e di loro discenti: sì come appostare si
può ne lo Evangelio, quando Cristo salio lo monte per transfigurarsi,
che de li dodici Apostoli menò seco li tre; in che moralmente
si può intendere che a le secretissime cose noi dovemo avere
poca compagnia.
Lo quarto senso si chiama anagogico, cioè sovrasenso; e questo
è quando spiritualmente si spone una scrittura, la quale
ancora [sia vera] eziandio nel senso litterale, per le cose significate
significa de le superne cose de l'etternal gloria, sì come
vedere si può in quello canto del Profeta che dice che, ne
l'uscita del popolo d'Israel d'Egitto, Giudea è fatta santa
e libera. Ché avvegna essere vero secondo la lettera sia
manifesto, non meno è vero quello che spiritualmente s'intende,
cioè che ne l'uscita de l'anima dal peccato, essa sia fatta
santa e libera in sua potestate. E in dimostrar questo, sempre lo
litterale dee andare innanzi, sì come quello ne la cui sentenza
li altri sono inchiusi, e senza lo quale sarebbe impossibile ed
inrazionale intendere a li altri, e massimamente a lo allegorico."
Non possiamo fare a meno di sottolineare a nostra volta il punto
su cui Dante insiste alla fine e nel seguito della citazione che
abbiamo riportato ossia che, laddove non s'intenda correttamente
il "senso litterale", l'accesso agli altri è precluso,
e "massimamente" l'allegorico. Vale ancora la pena di
notare che questa tradizione ermeneutica - di cui l'attuale critica
d'arte sembra far poco conto - durò imperterrita fino a tutto
il Rinascimento.
Qual è dunque la "favola poetica" che può
schiuderci l'intera semantica del dipinto? È noto che la
tradizione della critica accademica la indica concordemente nelle
Bucoliche di Virgilio, non curandosi affatto di rispondere alle
ovvie obiezioni che una tal referenza suscita. Se infatti essa non
può essere generica ma deve chiarire con precisione la relazione
tra gli elementi assiali del dipinto - ossia due personaggi maschili,
delle ossa umane e la regione centrale del Peloponneso denominata
Arcadia - allora non si vede proprio come possa consistere in qualche
brano delle Bucoliche. Anche considerando - come si conviene - l'Arcadia
quale simbolo generico di un mondo pastorale idealizzato, constatiamo
che in nessuna ecloga che in qualche modo vi si riferisce è
mai questione di un cadavere o di ossa umane. L'ecloga VII, per
esempio - che possiamo considerare di ambientazione arcadica anche
se la scena si svolge sul Mincio perché comunque i suoi due
protagonisti principali, Coridone e Tirsi, sono Arcadi - ha come
oggetto una semplice tenzone poetica. L'ecloga VIII - in cui lo
scenario del monologo cantato da Damone sembra collocarsi vicino
al Menalo, montagna d'Arcadia - vede uno dei protagonisti - Damone,
appunto - in procinto di suicidarsi per una delusione d'amore: anche
se qui si tratta di morte, essa non è ancora avvenuta ma
solo possibile. Infine l'ecloga X - unica ad esser chiaramente situata
in Arcadia - contiene soltanto il lamento amoroso del poeta Gallo.
La sola ecloga in cui si tratta di un morto, cioè Dafni,
è la V, ma non è ambientata in Arcadia bensì
in Sicilia, teatro notorio della vicenda dello sfortunato poeta-pastore
figlio di Ermes e di una ninfa.
Non v'è dunque un solo passo in tutte e dieci le ecloghe
che possa essere rispecchiato con buona fedeltà dal dipinto
sicché la referenza, non essendo relativa alla lettera delle
Bucoliche, potrebbe semmai rilevare soltanto dallo spirito che si
coglie nel loro insieme. Per far cio' tuttavia, Guercino avrebbe
dovuto incorrere in una violazione delle regole dell'esposizione
vigenti al suo tempo: in una citazione, la lettera deve corrispondere
alla lettera, non allo spirito di quel che si cita. In più,
a noi pare che non vi sia nemmeno questa pretesa corrispondenza
con lo spirito delle Bucoliche, che è notoriamente quello
del turbamento indotto dal contrasto tra le varie condizioni - interiori
ed esteriori - dell'esistenza umana: infatti, se guardiamo l'opera,
non vi troviamo alcuna traccia di ciò, al contrario vi regna
una specie di pace incantata culminante nella tranquilla, meditabonda
e quasi reverente curiosità con cui i due personaggi osservano
il teschio.
Ma, anche ammettendo per un momento che l'interpretazione tradizionale
possa tenere, noi vediamo che questa ci schiude semmai soltanto
un senso morale, mentre non ci permette minimamente di accedere
né al senso anagogico né, soprattutto, a quello allegorico.
E se si fosse trattato solo di un'allegoria generica, perché
Guercino avrebbe dovuto usare l'artificio dell'iscrizione - sgrammaticata
e apparentemente monca - per comunicarci quel senso di enigmaticità
che non è mai sfuggito a nessuno degli osservatori del dipinto?
Come recita il vecchio adagio: il diavolo si nasconde nei dettagli.
Naturalmente si può sempre sostenere che, proprio attraverso
la lettura di Virgilio, il tema dell'Arcadia diviene, nel Rinascimento,
un vero e proprio tópos artistico. Tuttavia non si può
fare a meno di aggiungere che già in Petrarca la poesia pastorale
è un contenitore buono a tutte le allegorie - estetiche,
morali, gnoseologiche, politiche, ecc. - e con l'Arcadia di Sannazzaro
diviene esplicitamente veicolo di iniziatismo: in questo romanzo
si tratta sostanzialmente - come nella famosissima, ed ancor oggi
altamente enigmatica, Hypnerotomachia Poliphili - di un'allegoria
iniziatica imperniata sul tema ermetico della morte e della resurrezione.
E così sarà per lungo tempo, attraverso il Marino
e fino all'Accademia dell'Arcadia, di fatto nata - con il nome di
Accademia di Camera - nel salotto di Cristina di Svezia, delle cui
occupazioni ci da un'idea eloquente l'abate Francesco Cancellieri:
"La celebre Cristina Alessandra, Regina di Svezia, dopo di
aver rinunciato il Regno, ed abbracciato la Religione Cattolica
Romana, nel 1655, scelse per suo soggiorno questa Città,
ove si applicò interamente a proteggere le Scienze, le Lettere,
e le Belle Arti, fino al 1689, in cui terminò di vivere.
Fra le sue occupazioni volle ancora tentare di rinvenire l'Arte
cotanto decantata, e non mai trovata di far l'Oro. Onde fatti costruire
nella propria abitazione vari Laboratori, invitò i Dilettanti
di una tal'Arte, ad andare a fare in essi le loro operazioni, somministrando
loro, quanto occorreva per eseguirle."
Tenuto conto di ciò appare chiaro che il tema pastorale -
quando è affrontato da un artista del primo '600 - non può
assolutamente essere evocato come spiegazione perché è
esattamente quello che si tratta di spiegare.
In definitiva - per le ragioni che abbiamo detto e che riteniamo
pertinenti e cogenti - noi pensiamo che non si tratti affatto di
un'allegoria generica bensì di una precisa citazione, il
maggior indizio della quale si trova nella scritta che menziona
l'Arcadia ma che, tuttavia, non ha alcun legame con le Bucoliche.
No, non crediamo affatto che in questo caso Guercino si spieghi
con Virgilio, il che ci restituisce intatto l'enigma della tela,
che può essere così riassunto: "Che rapporto
c'è tra due uomini, delle ossa umane e l'Arcadia?"
Naturalmente, la menzione dell'Arcadia fa sì che - pur scartando
Virgilio - ci rivolgiamo a nostra volta ai classici, ben sapendo
come gli usi dell'epoca portassero gli artisti a una ricerca esasperata
dell'originalità, all'impiego della citazione inusuale o
rara che, quanto più era tale, tanto più veniva presentata
ellitticamente, mai in modo del tutto esplicito, come un'autentica
sfida rivolta non tanto al pubblico, quanto agli altri artisti loro
pari. La cosa è talmente risaputa che menzioneremo soltanto
l' "intendami chi può, ch'i' m'intend'io!" di Petrarca;
l'imbarazzato sconforto che fa dire a Pietro Aretino: "Poi
che Michelangelo non vuole che le sue invenzioni vengano intese,
se non da pochi e dotti, io, che di questi e pochi dotti non sono,
ne lascio il pensiero a lui"; e la sarcastica difesa del cavalier
Marino davanti all'accusa di "rubare" in zone della tradizione
scarsamente frequentate: "assicurinsi [...] codesti ladroncelli
che nel mare dove io pesco e dove io trafico essi non vengono a
navigare, né mi sapranno ritrovar addosso la preda, s'io
stesso non la rivelo". Tanto basti a dar conto della temperie
culturale dell'epoca.
Dobbiamo dire che - nelle nostre esplorazioni della letteratura
classica accessibile al Guercino - non abbiamo trovato nulla che
possa costituire un referente letterale adeguato al suo quadro,
salvo un solo brano che si dimostra però altamente significativo.
Non ci sembra quindi per nulla inverosimile che Guercino abbia potuto
leggere le Storie di Erodoto - nella versione latina di Lorenzo
Valla, data alle stampe in Venezia nel 1474, oppure nel volgarizzamento
di Matteo Maria Boiardo, pubblicato sempre in Venezia nel 1539 -
e imbattersi con la più viva curiosità nel passo seguente
che narra un episodio - peraltro altamente inverosimile - occorso
durante il lungo conflitto che oppose Spartani e Arcadi:
"67. Così durante la prima guerra sempre con esito costantemente
sfavorevole lottarono contro i Tegeati; invece al tempo di Creso
e del regno a Sparta di Anassandrida e Aristone gli Spartani erano
ormai riusciti vincitori nella guerra, e lo erano riusciti nel modo
seguente: [2] poiché venivano sempre battuti in guerra dai
Tegeati, mandarono messi a Delfi per chiedere quale degli dei propiziandosi
sarebbero riusciti superiori ai tegeati nella guerra. E la Pizia
profetò loro che lo sarebbero riusciti quando avessero ricondotto
in patria le ossa di Oreste figlio di Agamennone. [3] Ma, poiché
non furono capaci di rintracciare la tomba di Oreste, mandavano
di nuovo al dio per chiedere il luogo in cui Oreste giaceva. Ai
messi che le rivolgevano questa domanda così la Pizia risponde:
[4] "C'è una Tegea d'Arcadia in luogo piano, ove due
venti spirano sotto una forza possente e c'è colpo e contraccolpo,
e danno su danno. Lì la terra datrice di vita tiene l'Agammennonide;
tu portandolo via sarai vincitor di Tegea" [5] Quando gli Spartani
ebbero udito ciò, benché da per tutto cercassero,
pure non erano meno lontani dal trovarlo, finché Lica, uno
degli Spartani detti "benemeriti", lo trovò. I
"benemeriti" sono cinque cittadini, scelti ogni anno,
sempre i più anziani, fra i cavalieri; questi nell'anno in
cui sono tratti a sorte fra i cavalieri hanno il dovere di non stare
mai in ozio, e vengono mandati chi qua chi là dallo stato
spartano.
68. Lica dunque, uno di questi uomini, aiutato e dal caso e dalla
sua avvedutezza la trovò a Tegea. Essendoci in quel tempo
libertà di scambio con i Tegeati, capitato in una officina
egli osservava la lavorazione del ferro, e stava tutto meravigliato
a contemplare il lavoro. [2] Il fabbro, accortosi della sua meraviglia,
gli disse interrompendo il lavoro: "Certo, o ospite spartano,
se tu avessi visto ciò che io vidi molto ti saresti meravigliato,
dal momento che tanto ammiri la lavorazione del ferro. [3] Ché
io, volendo farmi in questo cortile un pozzo, scavando trovai un'urna
di sette cubiti. Non credendo che fossero mai esistiti uomini più
grandi di quelli di oggi la aprii e vidi il cadavere, che era della
stessa lunghezza dell'urna. Dopo averlo misurato tornai a seppellirla".
Questi dunque gli diceva ciò che aveva visto, e l'altro,
avendo riflettuto su tali parole, congetturava che secondo l'Oracolo
quello doveva essere Oreste, da questo arguendolo: [4] vedendo i
due mantici del fabbro trovò che erano i venti, e l'incudine
e il martello erano il colpo e il contraccolpo, e il ferro lavorato
il danno aggiunto a danno, da questo a un dipresso desumendolo,
che il ferro è stato inventato per la rovina degli uomini.
[5] Fatte questo congetture se ne tornava a Sparta e riferiva ai
lacedemoni ogni cosa. Ma essi lo bandirono, accusandolo di falso.
Allora, tornato a Tegea e esposta al fabbro la sua disgrazia, tentava
di prendere in affitto il cortile, mentre quello non voleva darlo.
[6] Come poi col tempo l'ebbe persuaso, andò ad abitarvi
e allora, scavata la tomba e raccolte le ossa, tornava con esse
a Sparta e da quel momento, ogni volta che combatterono fra loro,
gli Spartani riuscirono di gran lunga superiori in guerra."
Riteniamo che il Guercino - la cui sensibilità era assai
più vicina della nostra a questo genere di virtuosismi -
o, comunque, qualcuno per lui, abbia inteso immediatamente quel
che d'altra parte notano anche i curatori delle attuali edizioni
di Erodoto: che cioè il brano in questione non ha nulla a
che vedere con la storia effettiva del conflitto tra Lacedemoni
ed Arcadi, essendo null'altro che una "favola poetica",
scientemente inseritavi dall'autore oppure - cosa secondo noi meno
probabile - ereditata come già inserita da una fonte precedente.
Infatti, a proposito della pretesa libetà di scambio con
i Tegeati, Gianfranco Maddoli, curatore del volume Erodoto e Tucidide,
scrive: "Il dato, in contrasto palese con la situazione di
guerra, appare un'invenzione di Erodoto per giustificare il racconto
aneddotico." A nostro modo di vedere questa leggenda erodotea
non è null'altro che la narrazione - simbolica e, per la
verità, assai trasparente - di un'iniziazione ad antichi
misteri metallurgici, sul tipo di quelli dei Cabiri - ed è
noto che Erodoto era iniziato ai misteri di Samotracia - come li
presenta Mircea Eliade nel suo ormai classico Arti del metallo e
alchimia:
"Si è sottolineato che, nella Grecia arcaica, alcuni
gruppi di personaggi mitici - Telchini, Cabiri, Cureti, Dattili
- costituiscono confraternite segrete, in relazione con i misteri
oppure gilde di lavoratori di metalli. Secondo le diverse tradizioni
i Telchini furono i primi a lavorare il ferro e il bronzo, i Dattili
Idei scoprirono la fusione del ferro e i Cureti la lavorazione del
bronzo; questi ultimi erano, inoltre, famosi per una loro danza
particolare, che eseguivano facendo cozzare le armi. I Cabiri e
i Cureti sono chiamati "signori delle fornaci", "potenti
per mezzo del fuoco", e il loro culto si è diffuso in
tutto il bacino del Mediterraneo orientale. I Dattili erano preti
di Cibele, divinità delle montagne ma anche delle miniere
e delle caverne, che avevano la propria sede all'interno delle montagne.
[...] Disponiamo, quindi, di tracce mitologiche di una situazione
arcaica in cui le confraternite dei fabbri assolvevano un ruolo
preciso nei misteri e nelle iniziazioni."
E ancora:
"Pare dunque che esista, a livelli culturali differenti, ed
è indice di grandissima antichità, un legame intimo
tra l'arte del fabbro, le scienze occulte (sciamanismo, magia, guarigione,
ecc.) e l'arte della canzone, della danza e della poesia. Queste
tecniche solidali sembra, inoltre, che si siano trasmesse in un'atmosfera
pregna di sacralità e di mistero, che comportava iniziazioni,
rituali specifici, "segreti del mestiere"."
Infatti, tenuto conto di ciò, se rileggiamo il brano con
un po' più di attenzione ci accorgiamo che - durante un'improbabile
tregua commerciale stipulata nel pieno della guerra del Peloponneso
- uno spartano di nome Lica si reca nella città arcade di
Tegea, sulle tracce delle ossa di Oreste. Non si può fare
a meno di notare che Líches (Lica) viene da léicho
(lecco, lambisco), esattamente come líchnos (ghiotto; goloso;
avido; bramoso; curioso). Lica - colui che è curioso, bramoso
(di conoscenza) - è dunque il prototipo dell'iniziando. Allo
stesso modo Teghéa (Tegea) viene da stégo (copro;
proteggo; custodisco; difendo; nascondo; tengo occulto, segreto;
tengo lontano; respingo; resisto a) prestandosi così assai
bene a costituire il luogo più logico in cui deve recarsi
chi vuole essere iniziato. Che Guercino non sapesse di greco è
assai poco rilevante, dato che i significati dei nomi greci costituiscono
solo elementi accessori della nostra interpretazione. Aggiungiamo
che comunque questi sono talmente trasparenti da risultare accessibili
anche a chi non conosca tale lingua: "Lica" evoca giustamente
- attraverso il latino "lingo" - l'italiano "leccare",
mentre "Tegea" evoca "proteggere", attraverso
il latino "tego". E, in ogni caso, abbiamo già
detto che il brano erodoteo e la sua interpretazione avrebbero benissimo
potuto essergli suggeriti. Così Lica si ferma davanti alla
bottega di un fabbro intento a lavorare il ferro, già ammirando
l'aspetto essoterico, esposto agli occhi di tutti, della sua attività.
Notando ciò, il fabbro accenna a un'implicazione meno triviale
della propria esperienza, che potrebbe meravigliarlo ancor più
(il ritrovamento favoloso dell'urna funeraria nel cortile). Di ritorno
a Tegea dopo lo sfortunato interludio spartano, Lica cerca di affittare
il cortile (di essere iniziato) ma senza successo ("colei che
respinge" è appunto uno dei significati del nome "Tegea"):
conseguirà la propria meta solo dopo un certo numero di sforzi.
Resta da vedere cosa ha a che fare un "segreto di mestiere"
con le ossa di un eroe mitologico, e a questo proposito Eliade ci
fa notare non solo che i complessi mitico-rituali legati all'attività
metallurgica implicano "il sacrificio o l'autosacrificio di
un dio" ma anche che: "Secondo altre tradizioni, anche
un semidio o un Eroe civilizzatore, messaggero di Dio, può
essere all'origine dei lavori minerari e metallurgici."
Questa "favola poetica", così trasparente persino
ai nostri occhi, doveva esserlo molto di più a quelli di
un uomo del seicento, epoca in cui magia, astrologia e alchimia
erano una componente fissa e abbondante della dieta culturale. Lo
stesso Newton, ancora nel 1728, scriveva: "Le antichità
Greche sono piene di finzioni Poetiche, perché i Greci non
scrissero nulla in Prosa, prima della Conquista dell'Asia da parte
di Ciro, re di Persia."
Come è noto il '400, il '500 e la prima metà del '600
sono i secoli in cui in particolare la passione per l'alchimia si
generalizza al punto da somigliare a un delirio di massa. Le pubblicazioni
su questo argomento divengono incredibilmente numerose: Borelli
stimava che esse ammontassero a più di quattromila titoli
e tutti, scienziati, principi, monaci, preti e porporati, curiosi
di cose naturali, ciarlatani e illusi si davano a questo genere
di ricerche. Alla corte dell'imperatore d'Austria e dei re di Francia,
alla corte dei re di Spagna e d'Inghilterra, nei palazzi cardinalizi,
si distillavano erbe, si preparavano oli e si trattavano metalli
secondo metodi alchimistici, sia per fabbricare farmaci, sia per
fare l'oro. E lo stesso accadeva in Italia alla corte dei Medici
e dei duchi di Savoia, dove Francesco I, o lo stesso Emanuele Filiberto,
attendevano con le proprie mani, tra fornelli e alambicchi, alle
operazioni alchimistiche. È verosimile pensare che gli artisti,
di solito chiamati dai loro committenti a rappresentare lo spirito
dell'epoca, potessero essere estranei a tale movimento? Vi è
da notare poi che il fatto della preparazione dei colori poneva
allora la pittura in adiacenza con l'arte spagirica.
Così, se non ci siamo sbagliati, possiamo ora tornare a guardare
il quadro con occhi nuovi per comprenderne il senso letterale, obbligatoria
porta d'ingresso alla decifrazione di tutti gli altri: non vi vediamo
più due "pastori" davanti a un teschio, bensì
l'iniziando Lica - come si conviene vestito di bianco - che, in
compagnia del fabbro suo iniziatore - a sua volta vestito del colore
del fuoco - sosta pensoso in contemplazione del mistero metallurgico
cifrato dalle ossa di Oreste. Il tutto, naturalmente, nell'Arcadia
menzionata dall'iscrizione misteriosa, il cui senso cominciamo finalmente
a comprendere. Abbiamo già messo in luce il dettaglio che
questa - essendo loro invisibile - non è per i due personaggi
bensì per lo spettatore cui, evidentemente, vuole comunicare
qualcosa.
Sul "che cosa" le illazioni si sono sprecate: gli accademici
- da Panofsky a Lévi-Strauss - suppongono che essa manchi
del verbo e la completano con un "sum", assumendo che
sia la morte stessa a pronunciarla. Ma, anche così, la frase
continua ad essere sgrammaticata: il che deve pur venire spiegato,
a meno di non assumere che Giovanni Francesco Barbieri - o chi per
esso - non fosse nemmeno in grado di compitare un latino tanto elementare.
Per dar ragione della forzatura grammaticale, la prima idea che
viene in mente è che risulti dal trattamento anagrammatico
di un'altra frase che vi sarebbe nascosta: purtroppo, su questa
via si sono gettati solo dilettanti appassionati di occultismo i
quali - sulla base di un'ipotesi formulata per la prima volta nel
best-seller Il santo Graal di Baigent, Leigh e Lincoln - credono
che essa contenga un riferimento al fatto che Gesù Cristo
sia sopravvissuto alla crocefissione per morire poi di morte naturale
e venir sepolto da qualche parte nel Sud della Francia. Come ci
si poteva attendere, tale ipotesi è stata accolta dal pubblico
profano con un entusiasmo direttamente proporzionale alla sua assurdità,
dando luogo a una nutrita serie di volumi se possibile ancora più
improbabili e scatenando nelle pacifiche campagne circostanti Rennes-le-Château
una caccia al tesoro che - pur non avendo dato ovviamente alcun
risultato - è ancor'oggi ben lontana dal cessare. Così
la si è anagrammata come "I, TEGO ARCANA DEI" ("Vattene,
custodisco i segreti di Dio"): naturalmente, che tale vaga
allusione imprecatoria non riveli assolutamente nulla ma sia addirittura
più enigmatica della frase da cui è ricavata - tanto
da spingere a chiedersi quale sia l'utilità di nasconderla
in un anagramma - non pone il minimo problema ai cercatori di tesori
immaginari.
Tuttavia, vi è un'altra possibilità di decodifica
- segnalataci dall'amico Vincenzo Franchini, ottimo latinista -
che si rivela adeguata alla nostra ipotesi in modo davvero stupefacente:
ET
IN ARCADIA EGO
è
anche l'anagramma perfetto di
ARA
IN TEGEA DICO
in cui l'ablativo "ara" è certamente da intendere
come complemento di argomento, nel senso di "de ara",
in cui il "de" - come avveniva quasi sempre in latino
- è sottinteso. Il verbo "dico" non significa dunque
"dedico" - se così fosse richiederebbe l'accusativo
"aram" - bensì è da intendere nel senso
di "narro, racconto". La frase "DICO (DE) ARA IN
TEGEA" - tenuto conto del fatto che il termine "ara"
designava comunemente anche il sepolcro - significa dunque esattamente:
"NARRO DEL SEPOLCRO IN TEGEA", concordando alla perfezione
con il brano di Erodoto che abbiamo supposto costituire il referente
letterale del dipinto.
Anche i più scettici concorderanno sul fatto che le probabilità
che un anagramma così letteralmente e semanticamente preciso
sia casuale - e che dipenda esclusivamente dalla possibilità
meccanica di permutazione delle lettere nella frase - sono praticamente
nulle: perciò noi consideriamo questo come qualcosa di molto
prossimo a una prova oggettiva del fatto che la nostra ipotesi corrisponda
effettivamente all'intenzione del Guercino.
Naturalmente, ciò dovrebbe condurci a comprendere, con precisione
e aderenza ai dettagli, anche gli altri tre sensi impliciti nella
composizione. Cercheremo dunque ora di spingerci verso il secondo,
quello allegorico, ossia verso la "veritade ascosa sotto bella
menzogna" di cui parla Dante. Già sappiamo che essa
riguarda le arti del fuoco il che vuol dire, all'epoca, l'alchimia,
e questo ci porta su un terreno particolarmente scivoloso. Dobbiamo
dunque premettere che se tentiamo un'esegesi alchemica del quadro
lo facciamo esclusivamente perché persuasi che essa fosse
davvero nell'intenzione del suo autore e perché, come sottolinea
Edgar Wind, nel suo Misteri pagani nel rinascimento:
"non ci può essere dubbio che la presenza di residui
non chiariti di significato è un ostacolo al godimento dell'arte.
Per quanto grande sia la soddisfazione visiva suscitata da un dipinto,
essa non può essere perfetta fin tanto che lo spettatore
è assillato dal sospetto che nel dipinto ci sia di più
di quello che il suo occhio vede. In letteratura lo stesso tipo
di imbarazzo può essere prodotto dalla poesia di Spenser,
di Chapman o perfino di Shakespeare, in un lettore al quale si sia
consigliato di abbandonarsi alla musica dei versi senza preoccuparsi
di capire o no ogni singolo verso. È dubbio che questo atteggiamento
possa durare a lungo senza ottundere il godimento estetico, per
quanto giustificato esso sia come approccio preliminare.
Spero quindi che non mi si fraintenda, pensando che io consideri
con particolare favore la dottrina dei misteri che mi accingo a
esporre. L'assioma proposto da Pico della Mirandola, che per essere
profondi i misteri debbono essere oscuri, mi sembra altrettanto
falso del pernicioso assioma di Burke che "un'idea chiara è
un modo diverso di significare un'idea piccola". Ma non v'è
modo di eludere il fatto, per quanto spiacevole, che da quel terreno
impuro si sviluppò e fiorì una grande arte. Studiando
questo argomento io cercherò la chiarezza - un fine già
di per sé riprovevole dal punto di vista dei mistagoghi del
Rinascimento. Eppure, la comprensione di questi inquietanti fenomeni
non è certo favorita dall'arrendersi di fronte ad essi, non
più che dall'ignorarne l'esistenza. Come osservava Donne,
la maschera è una delle grandi forze della rivelazione. "Perché
la Colonna di Nube, non meno della Colonna di Fuoco, svolse il compito
di guidare"."
Tuttavia c'è, per quanto riguarda l'alchimia, una complicazione
ulteriore: la sua esegesi non è univoca. Tra i suoi interpreti
ce n'è che vogliono la terminologia chimica degli alchimisti
pura allegoria di un processo spirituale o mentale interno all'uomo;
ce n'è che la vogliono invece un processo puramente chimico-metallurgico,
senza altra implicazione; infine ce n'è che vi ritengono
presenti entrambi gli aspetti.
Pur non avendo particolari titoli per dirimere la questione, oltre
trent'anni di frequentazione dell'enigmistica alchemica ci hanno
persuasi che la terza ipotesi sia la più vicina al pensiero
degli alchimisti del periodo classico. Facciamo cioè nostro
il giudizio di Mircea Eliade nell'affermare che:
"Certamente le operazioni alchemiche non erano di natura simbolica:
erano operazioni materiali, effettuate all'interno di laboratori,
ma perseguivano fini diversi da quelli della chimica. Il chimico
pratica l'osservazione esatta dei fenomeni fisico-chimici e di esperienze
sistematiche, allo scopo di cogliere la struttura della materia;
l'alchimista si sofferma piuttosto sulla "passione", la
"morte" e l'"unione" delle sostanze, in quanto
agenti di trasmutazione della Materia (la Pietra Filosofale) e della
vita umana (l'Elixir Vitae)."
Questo perché: "nessun mestiere, perfino nella tarda
antichità, era soltanto una tecnica."
Ciò naturalmente non significa che aderiamo alla Weltanschaaung
degli alchimisti: il nostro atteggiamento, se somiglia a qualche
altro, somiglia a quello dell'etnologo, volto a ricostruire pratiche
e credenze loro relative, senza porsi minimamente il problema dell'oggettività
delle prime come della verità delle seconde. Ci importa soltanto
restituire un mondo intellettuale e semantico quasi sempre trascurato
e che riteniamo essenziale alla comprensione di molte opere appartenenti
a uno dei periodi artistici più felici della storia dell'umanità.
Perciò - dato che la situazione da allora non è gran
che cambiata - ci associamo senz'altro a quanto scrisse, nel 1975,
uno dei migliori ricercatori del campo, ossia René Alleau:
"Se ora si vorrà prendere in considerazione l'estensione
di una letteratura ancora sconosciuta che conta decine di migliaia
di opere le quali, tra il XIII e il XVIII secolo, hanno esercitato
un'influenza incontestabile sulle menti e sulle opere della civiltà
occidentale, come non essere sorpresi constatando che tali documenti
non sono ancora stati esaminati e nemmeno recensiti e classificati
in modo sistematico e serio? Dopo vent'anni di ricerche in tale
giungla, credo di essere in diritto di affermare che essa rimane
appena esplorata, con tutte le conseguenze che lacune così
gravi implicano in quel che concerne la nostra attuale concezione
della cultura e dell'evoluzione delle idee. In questa prospettiva,
non si tratta affatto di "disoccultare l'occulto", ma
di restituire alla cultura ciò che le è sempre profondamente
appartenuto, salvo nella nostra epoca, vale a dire il senso del
mistero universale. Questo mistero non è situato fuori dalla
cultura ma è nella cultura autentica, come l'arte è
nascosta nella natura, secondo l'ammirevole formula di Albrecht
Dürer: "Guarda attentamente la natura senza mai discostartene
nella vana speranza di trovare qualcosa di meglio per te stesso.
In verità, l'arte è nascosta nella natura: chi può
estrarla da essa la possiede"."
L'adesione al punto di vista di Eliade ci ha in ogni caso obbligati
a uno sforzo che di solito gli esegeti delle opere alchemiche non
fanno: con qualche rarissima eccezione, essi si contentano di collegare
tra loro i differenti simboli come se da questi semplici accostamenti
potesse scaturire una chiarezza maggiore di quella esibita dai testi
che commentano. Al contrario noi, persuasi come siamo che, se c'è
un segreto, esso non concerne i simboli ma l'operatività
che essi ricoprono, e che la spiegazione di simboli con altri simboli
sia soltanto una pseudo-ermeneutica, priva di valore perché
regolarmente più oscura di ciò cui si applica, abbiamo
cercato - nei limiti delle nostre capacità - di ricostruire
il tessuto empirico che costituiva il referente della rete simbolica
manifestata dai dipinti. Naturalmente, non essendo né iniziati
né praticanti dell'arte, abbiamo dovuto cercare - lungo laboriose
letture sinottiche dei classici più e, soprattutto, meno
noti dell'alchimia occidentale - di ricostruire l'effettiva pratica
operativa a partire dai testi: cosa secondo noi non impossibile,
se si ha la pazienza e la tenacia di svolgere il lavoro necessario
a realizzarla.
Quando dunque in alchimia è questione di sepolcri, ossa,
crani o cadaveri il riferimento è notoriamente alla fase
operativa detta della "putrefazione". Infatti, come attesta
Nicolas Flamel nel Libro delle figure geroglifiche:
"Dunque questa nerezza e colori insegnano chiaramente che all'inizio
la materia e il composto comincia a putrefarsi [
]. E questa
dissoluzione è chiamata dai Filosofi invidiosi Morte, Distruzione
e Perdizione, perché le nature cambiano di forma; di qui
sono uscite tante allegorie su morti, tombe e sepolcri."
Non diversamente si esprime Teodoro Nadasti, nel suo Trattati teorici-pratici:
"Dicono per anche intercedere nel nostro Magistero morte, e
resurrezione. Per la qual frase vogliono significare lo stato dell'Oro,
o Argento, il quale quando è internato per minima nel Mercurio,
e non si vede più, apparisce non solo come morto, ma come
sepolto ancora
"
Lo stesso concetto si può ritrovare espresso, invero assai
laconicamente, nella seguente illustrazione tratta dalla Margarita
pretiosa di Janus Lacinius:
Per comprendere di che si tratta bisogna aver chiaro che - secondo
gli autori reputati migliori - questa segue le due precedenti della
"congiunzione" e della "separazione". Nella
"coniunctio" si trattava di compiere un'operazione al
crogiolo facendo reagire due sostanze - denominate "solfo"
e "mercurio" - attraverso una terza - il cosiddetto "fuoco
segreto" o "doppio", o ancora "sale" -,
dopodiché il risultato, a raffreddamento avvenuto, veniva
separato tra la sua componente depurata e le scorie. Per mostrare
il grande accordo che gli alchimisti intrattenevano su questo punto
faremo alcune citazioni provenienti da trattati di autori ed epoche
diverse, le quali mostrano chiaramente come vi si tratti sempre
del medesimo procedimento. La prima viene dal Breviario attribuito
a Nicolas Flamel:
"Baderai innanzitutto di prendere il primogenito o primo figlio
di Saturno, che non è il comune, nove parti; della sciabola
calibe del Dio guerriero, quattro parti; falli arrossare in un crogiolo
e quando sarà rosso fondente getta dentro le nove parti di
Saturnia che t'ho detto. Quando questo improvvisamente mangerà
l'altro, pulisci bene dalle sporcizie fecali che vengono a monte
della Saturnia con salnitro e tartaro...".
La seconda viene da Le dodici chiavi della filosofia di Basilio
Valentino:
"Perciò, se vuoi lavorare con i nostri corpi, prendi
il Lupo grigio avidissimo che, dall'esame del suo nome, è
assoggettato al bellicoso Marte, ma, per la sua stirpe di nascita,
è figlio del vecchio Saturno e che, nelle valli e nelle montagne
del mondo, è in preda alla fame più violenta. A questo
stesso Lupo getta il corpo del Re, affinché riceva il proprio
nutrimento, e quando avrà divorato il Re fai un gran fuoco
e gettavi il Lupo per consumarlo interamente: allora il Re sarà
liberato."
Traiamo la terza da L'entrata aperta al palazzo chiuso del re di
Ireneo Filalete:
"...prendi quattro parti del nostro Drago igneo che nasconde
nel suo ventre l'Acciaio magico, e nove parti della nostra Calamita;
mescolali insieme con l'aiuto del torrido Vulcano, in modo che formino
un'acqua minerale su cui galleggerà una schiuma...".
Poiché questo è uno studio iconografico, concludiamo
la rassegna riproducendo un'immagine dall'Atalanta fugiens du Michael
Maier che è una ripresa letterale del passo di Basilio Valentino
appena citato:
Inoltre, ai fini della nostra argomentazione, è molto importante
sapere che la sostanza che Flamel chiama "sciabola calibe del
Dio guerriero", Basilio Valentino "Re" e Filalete
"Calamita" - ossia ciò che nell'operazione svolge
il ruolo di "solfo" - è il ferro. Questo infatti
ci è formalmente dichiarato da Giovanni Braccesco nel suo
La espositione di Geber filosofo.
"Geb. Quantunque il ferro comune in se sia il piu vile delli
altri metalli, nientedimanco separata la immonditia, è piu
precioso delli altri, perche ha potentia piu propinqua da convertirsi
in Elixir. [...] Pensa che io non ho parlato senza ragione. Nel
testamento io ho detto, il Marte perche ha la sustantia fissa, egli
è il megliore infra gli corpi. Et benche per il Marte si
possi intendere del solfo, rispetto alli altri metalli intrinsechi,
nientedimanco si puo anchora intendere, che il ferro comune sia
migliore delli altri, perche ha la sustantia fissa, cioè
piu di solfo fisso, che tutti gli altri metalli. Dem. Piu fisso
è il solfo dell'oro. Geb. Si, ma el costa caro: et non è
utilità a lavorare sopra quello et non si puo migliorare,
perche egli è pervenuto all'ultima sua perfettione: ma il
solfo del ferro è in via alla ultima perfettione et tintura,
et con nostro magisterio si puo aiutare a pervenire alla rubedine
permanente, et di quello facilmente ne possiamo avere in buona quantità,
et con poca spesa."
D'altra parte Johannes de Monte-Snyder, nel suo Commentario sul
farmaco universale non fa che confermarne l'opinione:
"Possiede Marte un caldo Solfo solare e sembra bianco al di
fuori, ma è ben rosso al di dentro. Il suo sale è
talmente maturato e avviato dal proprio suo solfo, che persino a
un sì agile rapinatore come Mercurio, dà molto filo
da torcere. Il sale di Marte può, infatti, costantemente
coagulare e fissare il Mercurio, specialmente quando lo soccorra
il vecchio Saturno con le sue armi e la doppia sua daga."
Cosa che Sabine Stuart de Chevalier, nel suo Discorso filosofico
sui tre principi, animale, vegetale e minerale o La chiave del santuario
filosofico, sottoscrive apertamente: "Il ferro contiene anche
un solfo prezioso e che è assolutamente necessario alla composizione
del magistero...". E, in modo ancora più esplicito:
"abbiamo già dimostrato più sopra, che Marte
o il sale di ferro è una calamita ausiliaria che attira le
influenze celesti."
Da tutte le citazioni che abbiamo fatto si evince che il risultato
della "prima opera", a quanto pare, constava di un lingotto
di "sostanza mercuriale" depurata che si depositava sul
fondo della lingottiera, mentre le scorie - dette anche "feci"
o "caput mortuum", e costituite da tutte le altre sostanze
intervenute della reazione - galleggiavano in superficie come una
specie di schiuma solida, nerastra e vagamente fetida, costituita
in gran parte dai fluidificanti salini (il "sale") e dal
ferro.
D'altra parte, se gli alchimisti facevano in genere tanto mistero
della loro "prima opera" è semplicemente perché
essa era ben conosciuta nell'usuale chimica del tempo, come si può
desumere dai trattati più famosi, come quello scritto dal
dottor Nicolas Lemery, membro dell'Académie Royale des Sciences,
e riedito nel 1757, con numerosissime annotazioni, dal suo allievo
Baron, dal quale - a conferma di ciò che abbiamo appena scritto
- traiamo il giudizio relativo al "caput mortuum": "Le
scorie sono dunque composte di ferro, di zolfo e di salnitro fisso."
Affermazione ulteriormente chiarita nella lunghissima "nota
(c)" aggiunta dal dottor Baron a commento del testo del proprio
maestro: "Tutto ciò che galleggia sul regolo precipitato,
e che forma le scorie, non è dunque più che un composto
di zafferano di Marte, di colcothar, e di fegato di zolfo, nel quale
sono dissolte una porzione di ferro e una porzione di regolo."
Quanto precede costituisce secondo noi l'oggetto di un altro dipinto
del Guercino, noto sotto il titolo di "Vanitas", oggi
appartenente alla collezione Feigen di New York:
Figura
2
Senza approfondirne particolarmente la lettura - dato che non costituisce
l'oggetto del presente studio - ci limiteremo a segnalare che il
libro chiuso costituisce, in alchimia, un simbolo tradizionale della
"materia mercuriale" allo stato grezzo, ossia all'uscita
dalla miniera: tale accostamento è stato probabilmente suggerito
dal fatto che si tratta di un minerale che ha spesso una struttura
grossolanamente lamellare, tanto da esser denominato pure "terra
foliata". Questo libro è chiuso da sigilli che vengono
spezzati o sciolti nel corso della lavorazione, finché esso,
al termine, diviene aperto.
Così noi vediamo, nel quadro, il libro ancora chiuso, ma
di cui l'"assazione" preliminare e la "prima opera"
hanno già sciolto i due lacci che lo chiudevano: a questo
punto esso è giustamente sovrastato dal teschio che simboleggia
le scorie o "caput mortuum". Questa sovrapposizione verticale
dei due protagonisti principali dell'opera alchemica è peraltro
restituita molto fedelmente da uno dei simboli (il secondo nell'immagine
seguente) che l'antica chimica riservava al "caput", in
cui la linea orizzontale sottostante il teschio equivale al libro
del quadro di Guercino:
Figura
3
L'orologio a sabbia che si vede sul lato destro è un'allusione
al fatto che la massa delle scorie è friabile e si disgrega
facilmente assumendo un aspetto sabbioso, inoltre, poiché
la clessidra è un classico simbolo di Saturno, riguarda il
fatto che le scorie della "prima opera" sono chiamate
anche "Saturno o piombo dei filosofi". Ciò è
certificato anche dall'anonimo autore del Dizionario ermetico contenente
la spiegazione dei termini, favole, enigmi, emblemi e modi di dire
dei veri Filosofi, accompagnato da due trattati singolari e utili
ai Curiosi dell'Arte il quale, alla voce "Saturno dei filosofi",
si esprime nel modo seguente:
"è quando la materia Ermetica è diventata come
della pece fusa, e poi diventa nerissima, in cui si fa l'eclissi
del Sole e della Luna, che i saggi chiamano fango e limo, in cui
l'anima dell'oro (che è chiamata il fiore dell'oro nella
Turba) si unisce al Mercurio; in modo che chiamano Saturno o piombo,
la tomba in cui il Re è sepolto: O anche Nigredo, ossia la
nerezza, che è la testa del Corvo."
Le due roselline in vaso, sulla sinistra, simboleggiano invece il
prodotto finale dell'opera alchemica, cioè le due pietre
filosofali "al bianco" e "al rosso": questa
differenza è sottilmente suggerita dal Guercino con il fatto
che una delle due roselline è ancora parzialmente in boccio
(pietra al bianco) mentre l'altra (pietra al rosso) si mostra nel
pieno della fioritura. Il medesimo simbolismo delle due rose - che
qui sono, più canonicamente, rose selvatiche a cinque petali
- si può ritrovare nell'illustrazione premessa alla dodicesima
e ultima chiave de Le dodici chiavi della filosofia di Basilio Valentino:
Il secondo vaso, che vediamo sullo sfondo a destra, riempito di
fiori di vari colori, simboleggia appunto i colori che si susseguono
nel corso dell'opera, allo stesso modo che ne Les sept nuances de
l'oeuvre chymique di Etteilla in cui il laconico commento al punto
quattro del frontespizio recita enigmaticamente: "Non riferitevi
troppo al colore":
Tuttavia, e più pertinentemente di Etteilla, Guercino non
ci mostra i fiori ancora radicati al terreno, bensì recisi
e immersi in due vasetti di vetro trasparente. Malgrado l'apparente
naturalezza della cosa, anche qui è cifrata un'indicazione
assolutamente pertinente: a eccezione del nero, i colori si producono
e passano nel vetro, ossia nel fluido salino incaricato di captare
- durante la "terza opera" - la parte più pura
delle materie messe in opera. Secondo i migliori autori, sarà
proprio questo fluido a costituire il corpo cristallino del "rubino
celeste" finale.
Infine, pensiamo che l'indecifrabile cartiglio attaccato al medesimo
vaso, in cui si può leggere soltanto la parola "nascitur",
sia - proprio come ne Et in Arcadia Ego - l'indice che il quadro
contiene un messaggio incomprensibile ai più.
Pe rendere ancor meglio conto della fondatezza della nostra tesi,
accosteremo il precedente quadro del Guercino a un altro molto simile
di Lorenzo Lotto - comunemento noto come Amore che incorona un teschio
- che Edgar Wind presenta sorprendentemente così: "Un
dipinto particolarmente morboso di Lorenzo Lotto mostra Amor che
incorona un teschio posato su un cuscino (emblema di "dolcezza"
o voluptas)":
Figura
4
Dobbiamo ammettere di non riuscire proprio a comprendere che cosa
abbia questo magnifico quadro di "particolarmente morboso";
pensiamo inoltre che l'illustre studioso sia ben lontano dall'aver
colto la genialità dell'inventio di Lotto. A differenza del
quadro di Guercino, questa volta il teschio non è in posizione
verticale su un libro ma orizzontale, mollemente adagiato su un
cuscino sul quale lascia - esattamente come farebbe il capo di un
qualunque dormiente - un'ampia impronta stellata: sopra di esso
un putto dall'espressione tra il pensoso e l'ammiccante sostiene
una corona d'alloro. Il contrasto è particolarmente forte
e tale da far riflettere: perché l'alloro - albero sacro
ad Apollo e simbolo notorio di immortalità, come d'altra
parte tutte le piante che rimangono verdi in inverno - è
imposto al teschio, che è invece il rappresentante per eccellenza
del suo contrario, ossia la morte? E perché questa strana
postura da vivente del teschio sul cuscino? Aggiungiamo che quest'ultimo,
a causa dell'assenza della mascella e della strana posizione, sembra
sorriderci beffardamente. Ancora una volta pensiamo che il ricorso
all'alchimia sia l'unico a poterne render conto in modo soddisfacente
e, per dimostrarlo, ricorrereremo di nuovo ai suoi classici. Ne
L'entrata aperta al palazzo chiuso del re Ireneo Filalete, nel suo
solito stile criptico e roboante, aveva scritto:
"Al polo, si trova il cuore del Mercurio, che è un vero
fuoco ove si trova il riposo del suo Signore. Navigando su questo
vasto mare, per approdare all'una e all'altra delle Indie, governa
la sua corsa con la vista della stella del nord che la nostra Calamita
ti farà apparire. Il Saggio se ne rallegrerà, ma il
folle vi farà poco caso e non s'istruirà nella saggezza,
quand'anche avesse visto il Polo centrale volto all'esterno e marcato
dal segno riconoscibile dell'Onnipotente."
Sembra dunque che all'uscita della prima opera le materie siano
marcate da un segno che non può evitare di imporsi agli occhi
dell'operatore. Di quale segno si tratti ce lo dice, come sempre,
Sabine Stuart de Chevalier: "Aggiungetevi poi due once di salnitro
e altrettante di sale di tartaro, raffinati e incorporati assieme;
agitate bene con una spatola di ferro; vedrete apparire una stella
splendente nel crogiolo
".
La conoscenza di questo segno stellato non era peraltro appannaggio
esclusivo degli alchimisti, dato che era condivisa comunemente anche
dai chimici spagirici dell'epoca, come testimonia il famoso Christofle
Glaser nel suo Traité de Chymie, alla voce "Regolo d'Antimonio
con il Marte": "
e, oltre a ciò, il regolo
avrà sulla superficie la figura di una stella, che è
il vero segno della perfezione."
Infine, si tratta della medesima stella disegnata sul frontespizio
dell'Aureum saeculum redivivum di Hinricus Madathanus:
Ora, anche chi non ha alcuna esperienza di operazioni metallurgiche
potrà comprendere che questa impronta stellata si presenterà
a maggior ragione durante il raffreddamento nella lingottiera, e
sarà visibile nella frattura di separazione tra il cosiddetto
"regolo d'antimonio" e le scorie marziali sovrastanti,
come una forma di interfaccia comune alle due parti. A nostro avviso,
è proprio per suggerire questo che Lotto, con tutta la genialità
del grande artista, adagia il cranio orizzontalmente sul cuscino,
suggerendo l'impronta che vi lascerebbe la testa di un qualunque
dormiente: che essa abbia una forma visibilmente stellata conferma
- secondo noi in modo inequivocabile - quanto abbiamo detto. Ma
la composizione ci dice ancora qualcos'altro, ossia che la materia
simboleggiata dal cranio non è morta come sembra bensì
dorme, e ciò è rafforzato dall'alloro dell'immortalità
con cui il putto - in questa accezione simbolo dello spiritus mundi
- si prepara a incoronarlo. Infatti questo bambinetto - che a livello
del senso morale rappresenta senz'altro Amore, come osserva giustamente
il Wind - a livello dell'allegoria alchemica è il medesimo
che vediamo, in piedi su un banco di nuvole, intento a espletare
le sue funzioni naturali, in modo invero non troppo pudico, nella
seguente figura tratta dal manoscritto della Biblioteca Vaticana
denominato Speculum veritatis, e accompagnata da questa breve leggenda:
"La purgazione della Materia e la riduzione del Generato crudo
in Generatore cotto, affinché la loro urina lavi il Mercurio":
Benché l'immagine che mostriamo non si riferisca alla stessa
fase operativa di cui si tratta nel quadro di Lotto, l'elemento
incarnato dal bambino è lo stesso per entrambe: è
comunque lui - a detta dei testi alchemici - la causa anche della
"resurrezione del Re" che ora giace nel suo sepolcro,
ossia l'agente operativo capace di restituirgli una funzionalità
nell'opera. Come scrive Limojon de Saint-Didier ne Il trionfo ermetico:
"Il balsamo della vita è nascosto in queste feci immonde,
voi dovete lavarle con l'acqua celeste, finché non ne avrete
tolta tutta la nerezza, e allora la vostra acqua sarà animata
da questa essenza ignea, che opera tutte le meraviglie della nostra
arte."
Sulla natura di quest'acqua celeste - la stessa che il bambino dell'illustrazione
orina impudicamente - Sabine Stuart de Chevalier è particolarmente
esplicita:
"La vita e la salute sono contenute nello spirito universale.
L'unica fomentazione è contenuta nel mare universale; per
la sola ragione che è salata, essa racchiude dei tesori,
essa contiene i principi e i germi dell'oro e dell'argento in quantità
inesauribile. L'aria libera contribuisce molto a mercurificare i
minerali e i semi-minerali. Cornelio Agrippa ha nominato un soggetto
nei sui scritti; è una materia volgare che ha la virtù
di attirare questo spirito così salutare. Se ne attira in
abbondanza in un momento. Questo spirito universale è tanto
potente che guarisce quasi tutti i mali con il suo solo vapore e
odore; è nascosto sotto una forma aerea, acquosa, terrosa
e salina. Lo si attira dall'aria con una calamita; è anche
contenuto nella rugiada e nell'acqua di pioggia."
Non è fuori luogo attirare anche l'attenzione su un'immagine
dell'Hypnerotomachia Poliphili , essa pure di certo relativa a questo
argomento:
La sua pertinenza alchemica può esser giudicata leggendo
il testo che l'accompagna, in cui l'invenzione dell'autore anonimo
tocca veramente il vertice del grottesco immaginando che il putto
orini addirittura in faccia a un sorpreso Polifilo il quale, per
l'occasione, si dice stranamente "melancochro" - parola
derivata dal greco melànkrokos, "con tessuto nero, con
vele nere" - che per metonimia vale "negro": effettivamente,
perché l'allegoria si attagli al processo alchemico, la testa
su cui il fanciullo orina dev'esser nera.
Figura
5
Sinceramente - sia detto senza intento polemico - non comprendiamo
perché i due peraltro bravissimi curatori dell'edizione Adelphi
dell'Hypnerotomachia - e in particolare Stefano Andreani, che addirittura
dirige la collana di riedizione di testi alchemici presso la casa
editrice Mediterranee -, abbiano perso l'occasione di tener conto,
nel pur monumentale commento da loro dedicato all'opera, degli indubitabili
significati alchemici presenti in numerosi suoi passi: secondo noi
non è un buon servizio reso all'intelligibilità del
testo. Tanto più che la tradizione ermeneutica in questo
senso è storicamente attestata, per esempio dalla stessa
Sabine Stuart de Chevalier: "L'ingegnoso Polifilo ha fatto
un grosso volume in cui designa tutte le operazioni con tutti i
dettagli; egli indica il sale dei Filosofi sotto il nome di Polia
con la quale vuole sposarsi."
Il dottor Nicolas Lemery, che da semplice chimico non aveva le preoccupazioni
di riservatezza degli alchimisti, è ancora più chiaro
in merito alle convinzioni della scienza dell'epoca:
"La pioggia e la rugiada sono impregnate dallo spirito dell'aria
che le rende penetranti; e perciò noi vediamo che esse apportano
maggior profitto alle piante che annaffiano di quanto non faccia
l'acqua comune: la rugiada, soprattutto, contiene molto di questo
spirito universale che è acido, perché durante la
frescura della notte è stato condensato e precipitato con
l'umidità che era sparsa nell'aria."
Per chiudere questa lunga digressione e riprendere l'esame del nostro
quadro, diremo che a questo punto dell'opera pare che si ponesse,
per i neofiti e comunque per i profani - denominati, dagli alchimisti,
con il termine spregiativo di "soffiatori" - un problema
piuttosto grave: affascinati dalla bellezza e dallo splendore metallico
della "sostanza mercuriale depurata", costoro proseguivano
l'opera esclusivamente con essa, gettando via le scorie - "foeces"
("feci") o "caput mortuum" ("testa di morto")
- come qualcosa che era ormai del tutto privo di valore. Stando
agli alchimisti, sembra invece che le scorie diseredate e sgradevoli
avessero ancora una grande parte da giocare nel seguito delle operazioni:
occorreva che fossero lavorate in modo da estrarne non solo il "sale"
ma anche il "solfo marziale", in vista di un ulteriore
impiego. Relativamente a questo, che veniva considerato un punto
molto segreto della pratica, ci furono autori assai "invidiosi":
alcuni di essi, forse eccedendo nell'obliquità dei loro discorsi,
finirono per provocare nei creduli profani un danno addirittura
maggiore di quello cui volevano rimediare. A quanto pare ci fu chi
- prendendo l'espressione "caput mortuum" alla lettera
- lavorò effettivamente su ossa di cranii umani, e da qui
sembra provenire la scoperta del fosforo, ma ci fu anche chi finì
per rendersi ridicolo pasticciando con un materiale assai meno nobile
del precedente, forse soggiogato dall'autorità emanante dal
supposto autore de L'arte trasmutatoria, ossia nientemeno che papa
Giovanni XXII: "La polvere di escremento umano disseccata al
sole, poi lavata nell'acqua, rimasta sul fondo del vaso perché
non dissolta, è un buon elisir che tinge il piombo in oro."
Per chiarire fino a che punto inimmaginabile frasi come la precedente
potessero risultare fuorvianti per i profani, vale la pena aprire
un inciso onde narrare brevemente l'esperienza letale e del tutto
volontaria che coinvolse, verso la fine del '700, il supposto autore
de Il Gran Libro della Natura, così come ce la riferisce
Eugène Canseliet nel suo L'alchimia spiegata sui suoi testi
classici:
"L'illuminismo venuto dalla Germania e che regnava a quell'epoca
nelle assemblee massoniche, può fornire molto bene la ragione
dell'impresa pericolosa e filosoficamente irragionevole. In ogni
caso è così che Touzay, alias Duchanteau, dell'importante
loggia Les amis Réunis, cercò di concentrare, in seno
al proprio liquido escremenziale, quel sale che pensava fosse l'armoniaco
dei vecchi alchimisti, e che potesse diventare, per mezzo di questo
riprovevole procedimento, la Medicina universale. Questo assorbendo,
senza discontinuità e con l'esclusione di qualunque altro
nutrimento, la sola urina delle sue successive emissioni. Cosa poteva
avvenire, se non che, durante lo sviluppo della sua tecnica pericolosa,
la morte sorprendesse l'imprudente filosofo [
] ?"
Tuttavia, altri si incaricarono di dichiarare in modo esplicito
la corretta interpretazione di questo genere di metafore perniciose.
Così Braccesco: "La loppa, cioè la calce del
ferro, la quale si genera nel fuoco, et dalli fabri, è gettata
per le vie, et ne sterquilini: ella è la vilissima pietra
de filosofi, et ha similitudine di pietra, et non è pietra,
et sola ha tutte le cose, et tutte le proprietà, lequali
dicano li filosofi della sua pietra." Così anche Sabine
Stuart de Chevalier, nell'opera che abbiamo citato più sopra,
la quale insistette moltissimo su questo punto: "Abbiamo già
parlato molte volte delle scorie che galleggiano durante la confezione
del regolo, e raccomandiamo ancora di averne grande cura; fatele
bollire nell'acqua piovana, che filtrerete e farete evaporare per
ritirarne un sale prezioso; dopo aver così liscivato queste
scorie, le farete calcinare in un crogiolo, aggiungendovi qualche
pezzetto di zolfo comune; esse diverranno rosse come del cinabro...".
Riteniamo ormai di avere materiale a sufficienza per decifrare l'allegoria
contenuta nel quadro di Guercino: il grande cranio posato in primo
piano sul frammento di muratura è il "caput mortuum"
che l'artista, al pari degli alchimisti del suo tempo, ci invita
a non disprezzare. Che si tratti delle ossa di Oreste costituisce
allora un'indicazione in più in quanto il nome Oréstes
(Oreste), derivando da òros (monte), significa ovviamente
"montanaro", "colui che abita in un luogo alto",
e ciò identifica la posizione che dopo la prima opera le
scorie assumono rispetto al lingotto sottostante. L'albero metà
verde e metà secco che si vede nella parte superiore del
dipinto allude proprio al fatto che la morte del caput è
soltanto apparente, mentre una vita ora solo latente aspetta di
esservi risvegliata: di questo tema, vediamo una versione molto
ben concepita in un altro quadro di Lotto, conosciuto sotto il nome
eccessivamente anodino di Allegoria:
Figura
6
Un'altra immagine che merita di venire accostata alle precedenti
in quanto fa spuntare, molto eloquentemente, l'albero verde direttamente
dai genitali del Re morente, si può trovare nei Miscellanea
d'alchimia:
Caritatevolmente, Guercino ci mostra persino quale sia la reale
apparenza fisica del "caput" durante le operazioni alchemiche,
nonché cosa si possa trarre da un suo accorto utilizzo: la
massa rocciosa e nerastra fronteggia il teschio perché lo
rispecchia: infatti ha lo stesso medesimo aspetto delle scorie di
fusione e da essa, quasi per un'illusione ottica, sembrano emergere
i due strani personaggi. Ciò vuol dire, secondo noi, che
ne provengono, e nell'ordine preciso in cui li elenca il brano di
Stuart de Chevalier: prima il "sale prezioso" bianco come
la neve (il personaggio più vicino a noi) poi, dopo la calcinazione
al forno da riverbero, la sabbia "rossa come cinabro".
Inoltre, il fatto che l'abito rosso del secondo personaggio mostri
dei risvolti bianchi, significa secondo noi - se non sbagliamo -
che il "sale prezioso" non deve essere completamente estratto
dal "caput mortuum", dimodoché un poco ne resti
corporificato con la "sabbia rossa".
Di questi due stessi personaggi, emergenti dal cadavere del Re,
abbiamo una rappresentazione pressoché identica nel Chymisch
Kleinod di Oswald Crollius:
Per quanto riguarda l'ora antelucana in cui avviene la scena del
quadro - espressa, come abbiamo detto all'inizio, dalla stasi degli
animali diurni e dall'attività di quelli notturni -, essa
ha il preciso significato di suggerire quella precauzione climatico-astronomica
che doveva necessariamente accompagnare le manipolazioni alchemiche
e che differenzia radicalmente l'alchimia dalla chimica che le era
contemporanea: Guercino, evocando il momento del giorno in cui la
lavorazione del "caput" deve compiersi, si mostra così
non meno caritatevole di Pierre Jean Fabre, Dottore alla Facoltà
di Medicina dell'Università di Montpellier, nel suo Compendio
dei segreti chimici: "io non intendo il vetriolo comune e ordinario,
ma quello dei Filosofi, che si trova al levar del Sole, sparso molto
copiosamente e più che abbondantemente su tutta la terra."
Il lungo periplo del senso allegorico ci mette ora in grado di affrontare
in modo pertinente quello morale. Secondo noi questo si dispiega
lungo due assi, a seconda che si prenda come guida uno dei due primi
sensi.
Rispetto al senso letterale - quello di Lica, del fabbro e delle
ossa di Oreste - esso si sostanzia nell'idea di carità: venire
iniziati al mistero del "caput mortuum", delle scorie,
significava che, nel mentre si era oggetto di aiuto, occorreva comprendere
che al mondo non v'è nulla di così miserabile che,
ricevendo un aiuto, non possa esse nobilitato aldilà di ogni
aspettativa: proprio come dei miseri resti umani rivelano esser
le spoglie preziose di un eroe mitico.
Rispetto al senso allegorico invece - cioè a quello alchemico
- esso indica un'altra virtù: la modestia. In questo contesto,
infatti, sono i due materiali nobili che osservano la materia vile
da cui, essendone estratti, provengono. E non possiamo fare a meno
di suggerire che questo deve aver avuto per il Guercino - uomo di
grande dirittura morale - anche una portata più personale:
secondo noi egli, a causa delle proprie umili origini, potrebbe
aver visto se stesso nel "caput mortuum", materia vile
da cui però si originavano opere sublimi.
Così, se noi leghiamo insieme i due aspetti del senso morale,
ne ricaviamo la corretta lettura, quella di modesta caritas: infatti,
la vera carità non si proclama ai quattro venti, non fa mostra
di sé ma frutta una vera soddisfazione esercitandosi nell'ombra,
in modo non apparente: secondo noi, è proprio quella che
lo stesso Guercino pensava di offrire, nell'enigma della sua tela,
all'interprete abbastanza ingegnoso da meritarla.
Ci resta dunque solo da chiarire il senso anagogico, ossia quello
che "per le cose significate significa de le superne cose de
l'etternal gloria". Dobbiamo ora considerare che, all'epoca
del Guercino, l'alchimia medievale era stata già da tempo
incorporata nell'ermetismo neoplatonico di matrice ficiniana come
uno dei suoi aspetti, per così dire, sperimentali, rinnovando
così quell'altro incontro di cui parla Eliade e che aveva
avuto luogo molto tempo prima:
"Sebbene il problema dell'origine storica dell'alchimia alessandrina
non sia ancora risolto, possiamo spiegare la repentina apparizione
dei testi alchemici dell'era cristiana come il risultato dell'incontro
di una corrente esoterica viva soprattutto tra le classi colte e
rappresentata dai Misteri, dal neopitagorismo e dal neoorfismo,
dall'astrologia, dalle "verità orientali rivelate",
dallo gnosticismo ecc., con le tradizioni "popolari",
custodi dei segreti di mestiere, delle magie e delle tecniche più
arcaiche."
Allo stesso modo che agli antichi iniziati ai Misteri, anche a quelli
rinascimentali non doveva essere sfuggito - come nota ancora Eliade
- l'intrinseco rapporto tra questi e l'alchimia.
"Sappiamo che l'iniziazione ai Misteri consisteva, nella sua
essenza, nel partecipare alla passione, alla morte e alla resurrezione
di un dio. Noi ignoriamo le modalità di questa partecipazione,
ma si può congetturare che le sofferenze, la morte e la resurrezione
del dio, conosciute dal neofita nella forma del mito, della storia
esemplare, gli venissero comunicate, durante l'iniziazione, in maniera
"sperimentale". Il senso e la finalità dei Misteri
erano la trasmutazione dell'uomo: attraverso l'esperienza della
morte e della resurrezione iniziatiche, il mito mutava di regime
ontologico (diveniva "immortale"). Ora, lo scenario drammatico
delle "sofferenze", della "morte" e della "resurrezione"
della Materia è attestato fin dall'inizio nella letteratura
alchemica greco-egizia."
Si trattava insomma di far "sperimentare" al neofita la
"realtà" della palingenesi: e proprio questo riteniamo
sia il senso anagogico presente nel quadro di Guercino. Il che ci
è già significato dall'albero in parte verde e in
parte secco del quale Wind conferma il significato palingenetico:
"Un germoglio nuovo che nasce da un albero secco (
) era
una formula comune per significare "rinascita", adottata
anche nella medaglia del Laurana per Renato d'Angiò (
),
con allusione al nome, Renatus. Su un cammeo rinascimentale che
si trova alla Bibliothèque Nationale (
) ci si è
serviti dello stesso motivo per simboleggiare la rinascita religiosa."
Che l'esoterismo rinascimentale sia completamente dominato dall'idea
di una ciclicità del tempo e di un ritorno incessante delle
anime ai corpi, salvo nel caso di una liberazione eroica e iniziatica
dalla tirannia di Crono, è abbondantemente attestato. Se
non è del tutto certo che il cardinale Bessarione accettasse
la dottrina pagana della metempsicosi, sappiamo che il suo amico
e maestro Gemisto Pletone la condivideva, così come Marsilio
Ficino, Beroalde de Verville, Lorenzo de' Medici, Renato d'Angiò
e tanti altri. E se è vero che ai tempi del Guercino le accademie
erano da tempo estinte, è altrettanto vero che Venezia era
diventata il centro di resistenza dell'ermetismo rinascimentale:
segnatamente e soprattutto con Francesco Giorgio Veneto, il patrizio
veneziano Zorzi, frate minore dell'Osservanza, teologo, filosofo
neoplatonico, ermetizzante e cabbalista, uomo assai noto ed autorevole
- significativamente sospettato dalle gerarchie ecclesiastiche fino
a ricevere una scomunica, poi revocata - la cui influenza si estese
lontano nello spazio e nel tempo, come spiega dettagliatamente il
massimo esperto attuale del suo pensiero, Cesare Vasoli:
"Più tardi le sue dottrine, affidate al De harmonia
mundi ed ai Problemata e sostenute da fedeli discepoli, come Arcangelo
Pozzi da Borgonuovo e Serafino Cumirano, ebbero un'indiscutibile
fortuna testimoniata non solo dalle citazioni di Giulio Camillo
Delminio e del Giambullari, ma anche della singolare affinità
di certi loro temi con gli atteggiamenti di alcuni tipici esponenti
dell'"eresia" cinquecentesca, come Camillo Renato e il
Curione, dalle esplicite dichiarazioni di Francesco Pucci, dai frequenti,
esaltanti riferimenti di Guillaume Postel che molto contribuì
a diffondere la fama di Francesco Giorgio negli ambienti e nei gruppi
tendenzialmente settari nei quali si muoveva. Né è
certo un caso che uno dei suoi più noti seguaci, Guy Le Fèvre
de La Boderie, ne traducesse l'opera maggiore, apparsa a Parigi
nel 1579, insieme alla versione francese dello Heptaplus pichiano.
D'altro canto l'influenza del De harmonia mundi e dei Problemata
doveva essere alquanto estesa e profonda nella cultura filosofico-religiosa
del tardo Cinquecento, se il domenicano (ed ebreo convertito) Sisto
da Siena svolse, nella sua Bibliotheca Sancta, una minuta confutazione
del I libro dei Problemata, e se lo stesso Bellarmino attaccò
esplicitamente, e in tono molto drastico, il loro autore. E tale
supposizione mi sembra anche confermata dal ricorrere del nome e
dei testi di Francesco Giorgio anche in ambienti culturali non italiani,
come, per esempio, il circolo di John Dee e, poi, di Robert Fludd
(di cui basterà qui ricordare le celebri idee sull'armonia
musicale dell'universo), o, per passare in Francia, i gruppi religiosi
in cui operarono il predicatore francescano "leghista"
François Fueuardent, il celestino Pierre Crespet, Blaise
de Vigenère (lo scolaro di Nicolas Le Fèvre de La
Boderie, influenzato dallo Zorzi nell'elaborazione del Traité
des prières et oraisons), Johannes Benedicti, Jean Pierre
Camus, il collaboratore di Francesco di Sales, o, ancora, Jean Baptiste
Morin, il corrispondente di Cartesio e di P. Mersenne, autore dell'Astrologicorum
domorum cabbala detecta. Nondimeno, la prova più convincente
della lunga fortuna dello Zorzi, a quasi un secolo dalla sua morte,
credo sia costituita dalla nuova edizione dei Problemata, apparsa
a Parigi nel 1622, ai tempi, insomma, della famigerata "invasione"
dei Rosacroce. Com'è noto, proprio questa ristampa provocò,
l'anno seguente, la recisa confutazione di un frate dei Minimi,
ancora ignoto, ma destinato a diventare ben presto il grande "segretario"
della nuova cultura scientifica, colui che, tra Galileo, Cartesio,
Gassendi e Hobbes, tenne le fila dell'impetuoso rinnovamento del
"grand siècle": P. Marin Mersenne. Con grande intuito
e acuta comprensione egli vide, infatti, nelle dottrine del frate
veneziano l'espressione più compiuta e più tipica
di tutte quelle concezioni esoteriche, iniziatiche, magiche ed ermetizzanti
che, secondo la sua rigorosa mentalità di scienziato e di
uomo di Chiesa, minacciavano insieme la sana e chiara ortodossia
e lo sviluppo lucido e preciso del sapere metodico e dei suoi fondamenti
matematici. Ma neppure la battagliera polemica di Padre Marin riuscì
a cancellare il singolare fascino di queste dottrine e di queste
opere destinate a continuare a sopravvivere per tutto il secolo.
Poi le pagine dedicate al francescano veneziano da storici ed eruditi,
tra i quali basterà ricordare il Morophius, il Warton ed
il Brucker testimoniano che il ricordo di Francesco Giorgio non
era affatto spento nel tardo Seicento e nel Settecento, come mostra,
ancora, il medaglione scritto da Giovanni degli Agostini nelle Notizie
istorico-critiche intorno alla vita degli scrittori veneziani, dal
quale dipende anche la breve notizia fornita dal Tiraboschi."
Il lungo brano sopra riportato era necessario per render conto dell'incredibile
influenza di un autore in seguito pressoché dimenticato.
Le citazioni seguenti ci faranno invece comprendere fino a che punto
lo Zorzi aderisse alla dottrina della palingenesi:
"Per Francesco Giorgio simili considerazioni possono persino
spiegare le antiche credenze nella metempsicosi sostenute da Pitagora
e Platone; e, almeno in parte, giustificano chi ha creduto nella
possibile reincarnazione dell'anima in corpi vegetali o animali.
Ricorda che alcuni platonici (Carneade, Senocrate, Arcesilao) hanno
interpretato la metempsicosi "poetico more", mentre altri
(Plotino, Giamblico e Porfirio, Proclo e Siriano) l'hanno addirittura
sottaciuta, forse perché ne avevano compreso la più
intima e riposta verità. E, invero, si tratta piuttosto di
un'immagine poetica, usata dai filosofi per indicare la decadenza
dell'anima peccatrice, divenuta "animale" e, per così
dire, "imbestialita". Ma come può discendere al
più basso livello della vita cosmica, l'uomo può ascendere
con la sua anima sino alla divinità, contenere in sé
ed apprendere tutto; i cieli e i loro segni, le intelligenze angeliche,
le idee eterne, Dio sommo di cui il suo animo riesce a cogliere
i vestigi e l'immagine riflessa nell'universo."
Tuttavia, vi è un'accezione più specifica in cui la
palingenesi interviene nell'opera dello Zorzi:
"La "resurrectio", argomento essenziale del settimo
"tonus", è dunque, il punto focale, l'ultima conclusione
escatologica verso la quale tende la spiritualità di Francesco
Giorgio, nutrito delle tante, diverse e contrastanti ispirazioni
mistiche del suo tempo e della sua cultura. Anch'egli - come il
suo maestro Ficino - sa che condizione per la vita eterna è
la giusta tendenza dell'anima verso il suo vero bene, Dio, e, dunque,
il desiderio di quella beatitudine ultraterrena che consiste nella
contemplazione e nel godimento illimitato di Dio. La vita futura
è, anzi, in un certo senso, la continuazione e perfezione
della vita attuale, perché essa sviluppa e completa la scelta
che l'anima ha già compiuto quando ha saputo vincere il peso
della materia e della carne e mirare soltanto al suo principio e
alla sua superiore natura. Deposta finalmente la "perstrepens
et dissonans materia" che di per sé tende alla dissoluzione,
"opera consummatissima" di Dio, raggiunge la sua ultima
armonia, perché il suo stesso corpo - lo insegnano il mitico
Enoch e lo Pseudo-Taddeo - si trasforma in sostanza spirituale e
immortale. Ora, questa trasmutazione è concessa in vita solo
a pochissimi."
Ora, quest'ultimo punto - della palingenesi in vitam - è
indubbiamente di derivazione alchemica in quanto sembra essere l'obiettivo
autentico che muoveva gli sforzi degli alchimisti. Vale la pena
di illustrare quanto generalmente ciò fosse considerato possibile
- in particolare nella Venezia dei tempi appena successivi a quelli
del Guercino - riportando alcuni stralci da un libello anonimo stampato
proprio nella città, nel 1697, e intitolato La critica della
morte, overo l'apologia della vita e le ricette dell'arte ch'accrescono
i languori della natura, in cui si narrano le vicende veneziane
di un tal Federico Gualdi, da voce pubblica considerato in possesso
della Crisopea, vicende che sembrano anticipare il cliché
di quelle, ben più clamorose, del cosiddetto Conte di St.
Germain nel secolo seguente. Questo Gualdi sembra sia stato in contatto
epistolare con il Marchese Francesco Maria Santinelli autore - sotto
lo pseudonimo di Fra Marcantonio Crassellame Chinese, del famoso
trattato alchemico Lux obnubilata suapte natura refulgens, pubblicato
anch'esso a Venezia nel 1666:
"Io ero ancor giovinetto, quando l'Anno 1653 cominciai a conoscere
il Signor FEDERICO GUALDI, ma la debolezza della mia età
non mi permetteva di poter per anche conoscere la chiarezza del
suo ingegno, e la profondità della sua scienza, e della sua
dottrina. Non so né meno dire se all'ora fosse poco, o molto
tempo ch'egli soggiornasse nella nostra Città, ma solo mi
ricordo, ch'egli aveva l'effigie, e le apparenze tutte d'un Uomo
d'età di 40 Anni in circa; perche sempre anche tale, senza
fare alcuna imaginabile mutazione, si è conservato fino all'Anno
1680 ch'io fui chiamato in Napoli da alcuni miei affari. [
]
Qualità così rare dunque non poterono restare occulte,
e perciò passarono alla cognizione di molti Uomini dotti
d'Italia, di molti Signori, de' quali alcuni che capitavano in Venezia,
pieni della di lui Fama, nell'inchiesta delle cose più cospicue
della Città, procuravano precisamente di vedere il Gualdi,
e di ottenere la sua amicizia coltivandola poi per via di lettere;
e ci sono stati alcuni venuti a posta a trattenersi qui, per aver
la di lui continua conversazione, pregiandosi del titolo di suoi
Discepoli, particolarmente doppo che si era sparso il concetto di
tener egli il Tesoro Ermetico, per esser stato veduto un suo Ritratto
da molti Intendenti della Pittura asserito costantemente per opera
del Gran Tiziano. Era molto tempo ch'egli aveva piantato Casa notabilmente
addobbata, & in specie di buone pitture unite nella stanza migliore
di essa, dietro la porta della quale teneva appeso il detto Ritratto.
Andati un giorno alcuni a vedere le belle pitture, e fra di essi
un Dipingitore ben pratico, chiusasi a caso quella parte di porta,
dov'era appoggiato il ritratto, l'osservò il Dipingitore,
ad alta voce in atto di maraviglia gridò, questa è
mano di Tiziano! Mostrò di ridersene il Gualdi e disse, che
se ciò fosse stato egli avrebbe avuto più di 200 Anni,
soggiungendo, che veramente ne aveva 86, e ciò fu l'Anno
1677. Non si acquetò per questo il Dipingitore, mà
sempre asseverantemente affermava, che l'opera era di Tiziano. Intanto
il Gualdi confessò 86 Anni, quando non ne mostrava più
di 40 e faceva delle operazioni da un Uomo, che si ritrovi in quel
fiore della sua età. [
] Lo deve bensì essere
il nostro Gualdi (meglio diressimo il nostro Eroe) e ne diede li
più evidenti contrasegni quando finalmente il giorno 22 Maggio
dell'Anno 1682 si assentò da questa Città, senza averne
avuto altri motivi, che quelli gli vennero forse suggeriti dalla
pubblicata notizia della sua Virtù. Aveva egli fatto anticipatamente
Procura generale ad un suo ben fortunato Servitore, con la quale
averebbe potuto disponere d'ogni suo effetto; all'improvviso poi
verso la sera del sudetto giorno, fattosi poner in un picciolo Baullo
alcune poche Biancarie, e Vestiti, come se avesse dovuto portarsi
a diporto in un luogo di Villa, ch'egli godeva verso Trevigi, promise
il suo ritorno frà pochi giorni, e rifiutata la compagnia
del Servitore istesso, gli raccomandò solamente la casa,
nella quale lasciava mobili, & effetti preziosi, e considerabili;
e Nonagenario, come si era confessato; ma forse coetaneo di qualche
secolo; solo, e senza alcun'altra assistenza, partì, ò
per dir meglio sparì. Aspettarono molti giorni il Servitore,
e le Serve di sua Casa il promesso ritorno, mà non vedendolo,
né ricevendo sue lettere, finalmente compresero, che il suo
viaggio non era terminato nel diporto della Villa, dove seppero
che né anche era comparso, onde complito con parte de' di
lui effetti agli ordini, che aveva lasciati, il rimanente è
bastato, e basta per mantener essi lontani dalle angustie della
servitù."
Singolarmente, laddove un qualunque uomo d'oggi troverebbe mille
logiche spiegazioni alternative per una tale vicenda - tutte ruotanti
comunque intorno al concetto d'impostura -, sembra che quella che
appariva invece come la più plausibile a un uomo del '600
implicava la possibilità di un indefinito prolungamento della
vita umana.
Di come fossero esteriormente intese vicende come la precedente
si conservano comunque molte testimonianze, mentre non ve ne sono
quasi relativamente alla dimensione interiore che una tale credenza
poteva assumere. Una delle rarissime su questo punto ci viene da
un documento autografo - messo in luce da Clara Miccinelli - del
noto scienziato e alchimista del settecento napoletano, Raimondo
di Sangro Principe di Sansevero, che - pur essendo posteriore all'epoca
che stiamo studiando - attesta senz'altro il perdurare di una tradizione
più antica. Il suo contenuto - stettamente consonante alle
credenze dello Zorzi - si può leggere direttamente dal manoscritto
riprodotto nella figura seguente:
Figura
7
"La polvere violacea - recita il documento - emana energia
sconosciuta e potente. Quante volte la tocco, tremito m'assale interiore.
Sono in un altro stato di coscienza. Un solo granello di senape
di Saturno contiene Energia di Mutazione Totale."
Non dovrebbe esserci bisogno di ripetere che ciò non prova
nulla né riguardo alla natura né riguardo all'obiettività
di tale trasmutazione, che potrebbe essere benissimo il risultato
di una qualche forma di autosuggestione o persino una beffa giocata
dal Principe ai posteri. Tuttavia, nel cercare di comprendere questo
mondo intellettuale così lontano dal nostro bisognerebbe
essere più che prudenti, cercando di evitare tanto il facile
scetticismo quanto la creduloneria "occultistica", certamente
favoriti dalla deprecabile scarsità di studi attendibili
sulle teorie psicologiche in auge all'epoca: non sappiamo proprio
che cosa gli ermetisti intendessero realmente quando parlavano di
palingenesi, ma certo si trattava di un fatto eminentemente spirituale.
Che questo potesse venir indotto da una serie di operazioni manuali
eseguite su un supporto materiale diverso dallo stesso corpo umano
lascia come minimo intendere, alla base delle loro concezioni teoriche,
un sorprendente - e quanto mai moderno - monismo fisicalista. Come
è noto, Sansevero morì di saturnismo, ossia avvelenamento
da piombo, contratto nel corso dei suoi esperimenti di laboratorio,
che peraltro si diagnosticò da se stesso, come si può
leggere in un'altra lettera autografa:
"Non tale si può dire di me, ch'ormai mi preparo al
trapassamento del corpo; vomito, fecce nerastre, respiro d'affanno
in ispecie la notte, Grambi allo Stomaco, contrattura della Mano
sinistra. Le Gingive sono di color turchino. Inescusabilmente mi
sento obbligato a non intralciare lo Svolgimento del mio Spirito.
Saturno è intieramente a carico di parte del mio Corpo; ma
il mio Spirito è Aureo."
Si vede bene che neppure l'imminenza di una morte dolorosa e prematura
riuscì a scuotere nel Principe la convinzione di aver riuscito
l'Opera Ermetica, e si tratta dello stesso uomo che, esaminando
un preteso "lume eterno" ritrovato a Monaco nel 1753,
dimostrò brillantemente - con una dissertazione che è
ancor oggi un modello di ragionamento scientifico - trattarsi di
un semplice bastoncino di fosforo immerso in acqua che, per evaporazione
del liquido, si era acceso. Tuttavia, come abbiamo detto, quanto
precede non prova nulla se non la più grande consonanza tra
l'ermetismo dello Zorzi e lo scopo della cosiddetta arte regia.
E infatti:
"Francesco Giorgio, che usa con la massima disinvoltura linguaggio
e analogie alchimistiche, crede che proprio per mezzo di questa
unione l'uomo possa trasformarsi in una natura superiore, liberarsi
dalla propria animalità, vincere definitivamente le potenze
demoniache, diventare, insomma, "oro purissimo" invece
che metallo ancora informe ed impuro. Come insegnano le "verità"
ermetiche e cabbalistiche, questa "trasmutazione" è
il vero destino dell'uomo al quale cospirano anche le forme di "regeneratio"
penitenziale e sacramentale che Dio ha istituito proprio per un
tale fine."
Il senso anagogico non evoca dunque semplicemente la morte, come
vorrebbe Panofsky, bensì la morte e rinascita dell'ideale
palingenetico alchemico-ermetico. Se, come abbiamo visto, lo Zorzi
vantava una notorietà addirittura internazionale, quale non
deve esserne stata quella che possedeva nella sua Venezia, è
dunque perfettamente ammissibile l'esistenza, in quella città
e all'epoca del Guercino, di una o più cerchie iniziatiche
in cui la tradizione alchemica di Giovanni Augusto Pantheus, autore
dell'Ars transmutationis metallicae e di altre opere sul medesimo
soggetto, di Giovanni Aurelio Augurello e del suo poema Crisopeia,
e del volgarizzamento di Geber da parte del Braccesco che abbiamo
noi stessi citato - tutte opere stampate proprio in Venezia tra
il 1515 e il 1544 - confluiva e si fondeva con la letteratura "arcadica"
e con l'eredità dell'ermetismo fiorentino, romano e napoletano
ivi veicolato e mantenuto in vita da fra' Zorzi e dai suoi seguaci.
Tendiamo cioè ad esser persuasi che l'anno che il Guercino
trascorse a Venezia non deve essergli servito solo a studiare la
pittura di Tiziano e Bassano, ma anche a prendere un contatto non
superficiale con la locale cultura. E pensiamo che non sia un caso
che il quadro che stiamo studiando sia stato dipinto - a detta degli
storici dell'arte - immediatamente dopo questo viaggio.
Così il cerchio ermeneutico dantesco si chiude: partiti da
una letteralità insospettata ma strettamente coerente con
gli elementi principali dell'opera, ne abbiamo seguito gli sviluppi
attraverso un'allegoria operativa propria dell'alchimia - tale da
consentirci di render conto di numerosi dettagli pittorici mai spiegati
prima - poi attraverso un senso morale rigorosamente dedotto dai
due primi, fino all'anagogia ermetica con cui il serpente Ourobóros
dell'interpretazione torna a mordere la coda della propria letteralità.
Non abbiamo trovato, nel misterioso quadro di Giovanni Francesco
Barbieri, né segreti sconvolgenti né rivelazioni apocalittiche,
bensì - seguendo il metodo ermeneutico canonico della cultura
del suo tempo - nulla più di quel che essa consentiva che
egli vi mettesse, ma in ogni caso molto di più di quel che
la moderna critica d'arte ha mai saputo vedervi.
2. Apollo che scortica Marsia
Non possiamo chiudere l'esame di Et in Arcadia Ego senza prendere
in considerazione un altro dipinto, eseguito dal Guercino nello
stesso anno del primo e ad esso evidentemente legato dal fatto che
vi si ritrovano - ora respinti sullo sfondo e ancor più apparentemente
emergenti dalla roccia - gli stessi due personaggi: si tratta dell'Apollo
che scortica Marsia, commissionato all'artista dall'allora Granduca
di Toscana Cosimo II de' Medici. Il quadro, che misura cm. 185,5
x 200, è oggi alla Galleria Palatina di Palazzo Pitti in
Firenze.
Figura
8
Questa parziale sovrapposizione è stata spiegata in vari
modi. L'ipotesi fatta da alcuni storici dell'arte è che Et
in Arcadia Ego in origine non fosse altro che un bozzetto per le
figure dei due "pastori", poi riciclato in un dipinto
compiuto per essere a sua volta vendibile. Secondo Mahon (1968)
si tratterebbe invece di un dipinto autonomo, eseguito successivamente,
ma comunque collegato a quello che stiamo studiando ora.
La nostra tesi interpretativa suggerisce invece che Et in Arcadia
Ego sia stato eseguito come un lavoro a sé stante, dotato
di una propria referenza letterale, quindi di unità concettuale
e formale, e che una sua cellula, concepita in modo particolarmente
felice, sia stata ripetuta nell'Apollo che scortica Marsia - dipinto
dunque subito dopo - in ragione del fatto che anch'esso doveva presentare
un significato alchemico. Infatti, se si riflette un momento, ci
si accorge che il passaggio delle due figure emergenti dalla roccia
dal primo al secondo dipinto implica uno svincolamento dal senso
letterale: il fatto che il riferimento all'Arcadia sia lasciato
cadere vuol dire che non si tratta più della storia di Lica,
e che esse conservano solo il loro senso alchemico, ormai sottomesso
alla nuova letteralità della favola di Marsia.
Questo ci mette di fronte a un problema supplementare: se la nostra
tesi interpretativa è vera, dovrà esserlo a maggior
ragione per questo secondo dipinto, in particolare riguardo al contenuto
alchemico dell'allegoria, che dovrà emergere in modo assolutamente
non ambiguo. Certamente - e lo premettiamo a scanso di equivoci
- non è il caso di vedere l'alchimia dappertutto, nemmeno
nella produzione artistica del periodo rinascimentale, e questo
è particolarmente vero per il soggetto di questo quadro.
Come è noto, il tema dello scorticamento di Marsia è
uno dei più frequentati del Rinascimento, e molto più
di quel che appare, se si considera che i numerosissimi "martirii
di S. Bartolomeo" non ne costituiscono altro che la versione
ecclesiastica, come risulta chiaro da una lettera di Michelangelo
a Vittoria Colonna del 1538, menzionata dal Wind: "I principi,
dichiarava, preferirebbero vedere Ercole che brucia sulla pira funebre
invece di S. Lorenzo che arrostisce sulla graticola, e alla vista
dell'"Apostolo scorticato" preferirebbero quella di "Marsia
senza pelle"."
Si può escludere con certezza che ogni tela che rappresenta
tale soggetto possieda ipso facto un significato alchemico. Per
esempio, concordiamo assolutamente con Edgar Wind quando esamina
un Apollo e Marsia, affrescato da Raffaello nella Stanza della Segnatura,
non trovandovi un solo atomo di alchimia. Secondo lui: "La
gara musicale fra Marsia e Apollo riguardava quindi le forze rispettive
dell'oscurità dionisiaca e della chiarezza apollinea, e finì
con lo Scorticamento di Marsia perché lo scorticamento era
esso stesso un rito dionisiaco, una tragica ordalia di purificazione
mediante la quale la bruttezza dell'uomo esterno veniva lacerata
per rivelare la bellezza del suo io interno."
Ripetiamo che, pur pensando che le implicazioni alchemiche in molti
quadri del Rinascimento siano radicalmente sottovalutate dalla storiografia
e dalla critica dell'arte, secondo noi proprio in ragione dell'
intrinseca, estrema difficoltà di questo tipo di letteratura
e di iconografia, allo stesso modo mettiamo in guardia dall'abuso
che implicherebbe una generalizzazione indiscriminata di tale lettura.
|