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Raimondo
di Sangro Principe di San Severo
<<Ma
il gran zelo, che io ho per inalzare
quanto più mi fia possibile la nobiltà
de' Caratteri, de' Geroglifici e de' Segni,
che fan l'oggetto della presente mia lettera,
mi spinge a ricercarne più addietro l'antichità>>
R. di Sangro, Apologetica
Chi non
conosce la Cappella San Severo? Chi, tra quelli che l'hanno visitata,
non è rimasto incantato dal sibillino splendore delle sue sculture?
Il Cristo Velato, il capolavoro della chiesa gentilizia di Don Raimondo
di Sangro, addirittura lascia l'osservatore senza fiato, tal è
la meraviglia del velo marmoreo che, con la sua innaturale trasparenza,
lascia intravedere il corpo sottostante del Figlio deposto1. Non per caso
Antonio Canova, pur non essendone l'autore, tentò di acquistare
la scultura; non accidentalmente il maestro Riccardo Muti adottò
l'immagine per la copertina di un CD del Requiem di Mozart.
L'interesse che la Cappella ha suscitato nei secoli, stimolato dalle leggende
metropolitane sorte intorno all'enigmatica figura del Principe, va però
ben oltre il valore estetico delle opere ivi conservate.
Gli amanti del sapere esoterico hanno assegnato al Tempietto di Raimondo
di Sangro una posizione preminente nel loro vasto universo di luoghi dedicati
alla "cultura alchemica": l'annoverano, infatti, tra le dimore
filosofali assieme alle Cattedrali di Notre-Dame de Paris e d'Amiens,
con le quali tentano di evidenziare i simbolismi comuni interpretati nell'ambito
degli insegnamenti iniziatici.
I seguaci delle scienze occulte, alimentandosi dell'ingiuriosa fama di
stregoneria in cui è stata avvolta la memoria del Principe, sfruttano
la Cappella per diffondere la fama di una Napoli Noir, città magica
al pari di Torino, Praga e Lione.
Gli esperti (anche affermati) di critica dell'arte, trovando più
conveniente attingere alle opinioni dominanti anziché lambiccarsi
il cervello al fin di chiarire ciò che limpido non è, non
palesano dubbio alcuno nel ricondurne le allegorie scultoree nel filone
della cultura illuministica radicale e dell'ideologia massonica.
Difatti, oggigiorno, mentre la personalità eclettica e geniale
di Raimondo di Sangro appare ammantata d'ombra e riposta in un cantuccio
buio della storia, il suo Tempio è stato trasformato in un lapideo
manuale del Corpus Massonicum.
Non sempre è stato così.
Il nome della Cappella, invero, è quello di Pietatella (derivazione
popolare di Santa Maria della Pietà) e la sua genesi è in
un quadro raffigurante, per l'appunto, una Pietà, con la Madre
seduta col Figlio deposto sul grembo, dinanzi ad una croce con una corda
penzolante ed una scala poggiata.
Fu il dipinto della Pietà a stimolare, sul finire del XVI secolo,
la costruzione del Tempietto. E' tramandato, infatti, che il quadro fuoriuscì
dal muro di cinta del giardino di Palazzo di Sangro. Cesare d'Eugenio
Caracciolo2 descrisse l'evento nel seguente modo:
"...E' dunque da sapersi, che passando per questo luogo, ov'è
hoggi la presente chiesa un uom di nation Ragoseo, che n'andava innocentemente
carcerato, e nel passar cascò il muro del predetto giardino nella
pubblica strada, e incontanente si vide il Volto Santissimo della Beata
Vergine...>>.
Nel proseguimento del racconto è narrato che il prigioniero ingiustamente
accusato fece voto, qualora fosse stata riconosciuta la sua innocenza,
di onorare l'effigie con una lapide d'argento. La richiesta fu esaudita
e, dopo poco tempo, l'uomo riacquistò la libertà. Il miracolato
mantenne fede alla promessa e da quel momento l'immagine sacra, non rimossa
dal luogo dov'era comparsa, fu considerata prodigiosa e diventò
oggetto di culto.
Altre grazie furono, secondo l'antica tradizione della Cappella, elargite
dalla Madonna della Pietà. A lei si rivolse anche Giovan Francesco
Paolo di Sangro, primo principe di San Severo e padrone del giardino del
muro crollato, gravemente ammalato. Neppure le sue preghiere rimasero
inascoltate e, guarito completamente, al pari dell'accusato innocente,
il miracolato dimostrò gratitudine ed ordinò la costruzione
nello stesso sito di una chiesa la quale divenne, negli anni successivi,
meta di pellegrinaggi e sepolcro della famiglia di Sangro. In occasione
della prima Messa, celebrata nel sacello il 15 agosto del 1608, papa Paolo
V concesse, addirittura, l'indulgenza plenaria a quanti l'avessero visitata.
Al dipinto della Pietà, seppur non più oggetto di devozione
popolare, ancora oggi è assegnata una posizione preminente all'interno
dell'ex chiesa, essendo esso alloggiato in alto, sulla parete dietro l'Altare,
all'interno di una cornice ovale dorata sostenuta da angeli di gesso.
Fu con Raimondo di Sangro, VII principe di San Severo, che la Pietatella
assurse agli attuali fasti. L'impegno profuso dal nobile, sia in termini
d'energie sia di risorse economiche, fu tale che egli rischiò il
tracollo finanziario. Non di semplice magnanimità si trattò
perché, è da tutti condiviso l'asserto, il Principe fu il
vero ideatore del disegno scultoreo, oltre che il committente dei numerosi
artisti che si susseguirono nell'esecuzione del progetto.
L'importanza che il mecenate attribuì all'opera si evince dalle
sue disposizioni testamentarie. Nel lascito fu dedicato più spazio
alla Cappella che ad ogni altro stretto congiunto. Nelle ultime volontà,
con le quali Raimondo di Sangro impose ai discendenti di non alterare
il complesso simbolismo insito negli arredi di varie sculture (non modificandone
ornamenti, bassorilievi, iscrizioni e nomi), taluni leggono la conferma
dell'esistenza di un messaggio codificato, di una comunicazione celata
nei veli di pietra delle allegorie del Tempio.
E' opinione comune degli studiosi che, se messaggio esiste, esso è
in gran parte trasportato da dodici monumenti, tutti adagiati lungo le
perimetrali d'ingresso e laterali dell'unica navata a pianta longitudinale
della Cappella. Le dodici statue, collocate nelle medesime coordinate
spaziali di profondità e livello, furono appellate con nomi di
virtù e stati d'animo: il Disinganno, la Pudicizia, il Decoro,
la Liberalità, l'Educazione, la Sincerità, la Soavità
del Giogo Maritale, il Dominio di Se Stesso, lo Zelo della Religione,
l'Amor Divino, la Mestizia, l'Angelo (che nel seguito chiameremo Meditazione)
attribuito all'artista Francesco Celebrano.
L'insieme d'arredi simbolici, con i quali le sculture sono adornate, è
di dimensione rilevante; è impossibile, quindi, a meno di non individuare
lo specifico database iconologico al quale il Principe si riferì,
tentare l'esegesi del complesso monumentale. In effetti, fino ad oggi,
compreso il coraggioso tentativo esperito da Lina Sansone Vagni3 di perseguire
una traccia d'indagine differente da quella filomassonica dominante, le
interpretazioni proposte vagano nei percorsi segnati da concezioni esoteriche
basate su convinzioni personali piuttosto che su criteri ermeneutici,
zoppicano nelle strade dei maestri che vogliono indicare ai profani le
vie da seguire nei cammini iniziatici, sprofondano nelle sabbie mobili
delle filosofie sincretiche, precipitano nel vuoto del "non dire
perché non si sa" e del "non dire perché non si
può".
La Cappella di San Severo, di conseguenza, è ancora un mistero
e i veli di pietra del Principe restano saldamente fissati alle sculture
del suo Tempio della Pietà.
Io non ho spazio sufficiente, in Episteme, per tentare di sollevare quei
veli. Potrò soltanto, nelle dimensioni consone ad un articolo,
coerentemente con l'obiettivo che mi prefissai nel proporre l'argomento,
insinuare un dubbio sulla natura del velo del Cristo. Non mi esimerò,
però, dall'indicare un possibile metodo a chi vorrà cimentarsi
nella decodifica delle allegorie della Pietatella.
La via che suggerisco, guarda caso, se ne rallegreranno i curatori della
rivista che ospita il presente commento, porta a Perugia.
Pochi esperti delle arti figurative ignorano che in questa città,
intorno al 1560, nacque il Cavalier Cesare Ripa, autore di una raccolta
d'icone mercé la quale, affermò Émile Mâle,
"si può spiegare la maggior parte delle allegorie che ornano
i palazzi e le chiese di Roma".
Quasi tutti i commentatori della Cappella, però, sembrano aver
ignorato o sottovalutato un fondamentale indizio: Raimondo di Sangro finanziò
una ricca edizione dell'Iconologia di Ripa4, illustrata dall'Abate Cesare
Orlandi e stampata in cinque tomi, dal 1764 al 1767, giustappunto a Perugia.
Pur quando qualcuno abbia ben tenuto a mente la circostanza, come Rosanna
Cioffi5, il fascino esercitato da un Principe supposto filosofo massone
ha purtroppo prevaricato il dato oggettivo: quello di un progetto scultoreo
fondato sul più convenzionale codice di rappresentazione artistica.
Un codice che, parafrasando Émile Mâle, se è valido
per spiegare la maggior parte delle allegorie che ornano le chiese di
Roma, pur qualche risultato dovrebbe addurre nello studio di una cappella
progettata dal mecenate di un'edizione settecentesca dell'Iconologia.
Di là dell'uso che Raimondo di Sangro potette fare degli emblemi
di Ripa, se volle avvalersene semplicemente quale "sorta di codice
pittografico per il riconoscimento delle immagini", come afferma
Rosanna Cioffi, o quale linguaggio iconografico per la comunicazione di
messaggi crittografati, come ipotizzo io, una considerazione è
incontestabile: tutti i tentativi d'interpretazione delle allegorie delle
Pietatella hanno, finora, scavato nel vuoto. L'allegoria, però,
tanto insegnò Edgar Wind, similmente alla natura ha orrore del
vuoto e, quando in un percorso s'incontra davanti il vuoto, occorre mutare
direzione.
L'Angelo di Francesco Celebrano, che suggerisco di chiamare Meditazione
perché non ho rinvenuto altro nome nei testi consultati, sembra
voler indicare una differente via per la rivelazione degli arcani.
E' quest'Angelo attribuito al Celebrano un monumento, situato immediatamente
a destra dell'attuale ingresso del Tempio, che funge da acquasantiera.
Esso si mostra seduto sopra un basamento di pietra, col capo reclinato
in avanti ed il mento posato sul dorso della mano destra. Col gomito sinistro
sta poggiato ad una lapide nella quale sono narrate le gesta di Giovan
Francesco de Sangro, l'antenato di Raimondo di Sangro al quale la scultura
fu dedicata.
Per l'Angelo ho suggerito il nome di Meditazione per un motivo evidentissimo:
la Meditazione è un emblema dell'Iconologia che si presenta con
postura ed atteggiamenti somigliantissimi. A parte i comprensibili arredi
funerari, poche sono le differenze dell'Angelo del Celebrano al confronto
con la Meditazione di Ripa: esse consistono, essenzialmente, nel fatto
che quest'ultima non siede su un tronco di pietra bensì su un monte
di libri ed ha un volume in mano.
Che cosa narra l'epitaffio scolpito accanto all'Angelo della Meditazione,
epitaffio che appare degno di riflessione, considerata la posa dell'Angelo?
L'iscrizione racconta una storia di guerra tra l'avo del Principe, fedele
ad un re spagnolo, ed i francesi nemici del Regno di Napoli.
Non è questo l'unico accenno, nel libro di pietra della Cappella,
alle lotte intraprese da antenati di Raimondo di Sangro, fedeli a sovrani
spagnoli, contro antagonisti francesi. Che cosa intende significare, questa
ricorrenza?
Una più attenta lettura delle sculture potrebbe, alla luce dell'Iconologia
del perugino, spiegarlo. Altre nove statue, delle dodici prima citate,
sono indiscutibilmente riconducibili agli emblemi di Cesare Ripa6: la
Pudicizia, la Liberalità, l'Amor Divino (in Ripa è Amor
verso Dio), la Soavità del Giogo Maritale (in Ripa è Benevolenza
et Unione Coniugale), la Sincerità, il Decoro, il Dominio di Se
Stesso, lo Zelo della Religione, l'Educazione.
Il criterio di decodifica, che suggerisco ai lettori intrigati dai veli
di pietra del Principe di San Severo, è quello di una lettura iconografica
per particolari, criterio illustrato in un mio precedente lavoro7. Il
metodo fonda sul Circolo Ermeneutico di Schleiermacher, il quale assume
che "...Il senso di una parola in un dato passo deve essere determinato
secondo la sua coesistenza con quelle che la circondano... ogni particolare
può essere capito solo a partire dall'universale di cui è
parte e viceversa". E' evidente che nelle arti figurative, e specialmente
in un libro di marmo qual è la Cappella, nella citazione potremo
mutare il vocabolo "parola = segno linguistico" nel sostituto
segno grafico, senza stravolgerne il concetto.
Ed ecco, allora, che Schleiermacher potrà aiutare a comprendere
l'undicesimo arcano della Pietatella, un emblema che non si ritrova (se
non nel nome, assimilabile al Dispregio del Mondo) nell'Iconologia di
Ripa: la bellissima scultura del Disinganno delle Cose Mondane, opera
di Francesco Queirolo, che raffigura un uomo che si libera da una rete,
simbolo di prigionia nel peccato. Sia pur nelle differenze figurative,
anche in tal caso il riferimento all'Iconologia è immediato: se
Ripa rappresentò l'Inganno con una rete in mano8, il Principe fece
scolpire un Disinganno che si libera dalla medesima rete.
Il Disinganno, ragionando di veli, è sconvolgente.
Al primo livello di lettura, così com'è esplicitato nella
dedica, esso ricorda il padre di Don Raimondo, Antonio di Sangro. Questi
soltanto in tarda età, dopo una vita di dissolutezze, si convertì
rinunciando ai titoli nobiliari e agli averi e trascorse gli ultimi anni
di vita da abate della Cappella.
A livello anagogico il Disinganno si spersonalizza e diventa immagine
di una Virtù, il Dispregio del Mondo a favore delle cose celesti.
Nel livello analogico, però, oltre allo scultore Francesco Queirolo
che raffigurò il proprio volto nella statua, nel monumento del
Disinganno c'è Raimondo di Sangro.
Volendo rievocare Schleiermacher, l'interprete del Tempio non avrà
bisogno, per innalzarsi al livello dell'autore, di ricercare i presupposti
oggettivi e formali che agirono nell'inconscio dell'artista durante la
fase creativa, oltre il suo intendimento. Il Disinganno è un momento
topico della vita dell'autore, se Disinganno l'autore ha vissuto: l'intera
sua opera, allora, sarà cosparsa di cotale esperienza di rinnovamento
che egli deliberatamente rievocherà, sotto molteplici aspetti in
differenti luoghi.
Il Disinganno della Pietatella ha un'incisione nella quale sono fusi più
brani biblici (Nahum 1,13; Sapienza 17,2; Sapienza 17, 1...20; I Lettera
S. Paolo ai Corinzi). L'iscrizione riferisce, da notare anche l'assonanza
con l'episodio del prigioniero e del quadro fuoriuscito dal muro, un avvenimento
di liberazione ed ingresso nel mondo della luce:
<<VINCULA TUA/DISRUMPAM /VINCULA/TENEBRARUM/ ET LONGAE NOCTIS/ QUIBUS
ES COMPEDITUS/UT NON CUM/HOC MUNDO DAMNERIS>>
(Romperò le tue catene/prigioni delle tenebre e della lunga notte/dalle
quali sei impedito/affinché tu non sia condannato insieme con questo
mondo).
Volendo applicare il Circolo Ermeneutico di Schleiermacher, allora, dal
particolare della scultura occorrerà passare all'universale dell'autore,
di cui il Tempio è parte.
Nell'universale dell'autore, oltre il marmo, prima dell'Iconologia di
Ripa, c'è la Lettera Apologetica, la più importante opera
letteraria del Principe di San Severo9. L'Apologetica, giudicata eretica
dalla Congregazione dell'Indice e censurata, fu difesa a spada tratta
dal Principe il quale giunse, pur di difenderne l'ortodossia, a rivolgersi
con una supplica a papa Benedetto XIV.
Nella Lettera Apologetica, come nei tomi dell'Iconologia perugina finanziati
da Raimondo di Sangro, c'è il particolare che spiega l'universale
della Cappella.
Scrisse il Principe nell'Apologetica messa all'indice10:
<<Vi parrà forse strana, ben lo veggo, questa ingenua mia
confessione; ma pur così è: anzi della stessa sincerità
usando vi dirò ancor di più; io discerno ora, e tanto chiaro,
quanto il giorno, tutte le sconcezze del mio passato pensare; ciò
che è pure un'indubitata pruova del perfetto mio disinganno>>.
E' innegabile, allora, che il Disinganno delle Cose Mondane, prima ancora
di essere rappresentato nella scultura commissionata a Francesco Queirolo,
fu realmente vissuto dal Principe e consegnato alle pagine della Lettera
Apologetica, la quale fu approvata dai Censori e Deputati della Crusca
nel settembre del 1750, almeno quattro anni prima della realizzazione
della statua che è databile 1754-1755.
Nella Lettera Apologetica di Raimondo di Sangro, è logico allora
supporre volendo ancora dar credito a Schleiermacher, potrebbe esistere
il particolare che spiega il gran mistero della Cappella: il mistero del
velo che avvolge il Cristo marmoreo, scolpito da Giuseppe Sanmartino successivamente
all'agosto del 1752, quindi due anni dopo la stampa dell'Apologetica.
E' noto il sospetto, che si sussurra ovunque eccetto che nella navata
della Pietatella, dove basterebbe un'analisi (non distruttiva) dei materiali
per fugare ogni dubbio: il velo leggero e trasparente, in cui è
involto il corpo di nostro Signore deposto, non sarebbe di marmo ma di
stoffa finissima marmorizzata. La sua esecuzione, quindi, non andrebbe
attribuita a Sanmartino, che si sarebbe limitato a scolpire le forme sottostanti,
bensì ad un processo chimico elaborato dal Principe.
La tesi è sposata in numerosi testi.
Vladimiro Bottone, in un romanzo intitolato Rebis, l'ennesimo libello
che sembra ideato a bella posta per infangare la memoria di Raimondo di
Sangro e dei suoi migliori scultori, un libercolo che nemmeno cito nelle
note ad evitare che qualcuno possa volermene per essere stato indotto
ad acquistarlo, imbastì intorno al lenzuolo un'indecorosa storiella.
Clara Miccinelli, una giornalista divenuta autrice grazie all'interesse
che suscita ogni produzione letteraria concernente il Principe di San
Severo, affermò di aver ritrovato un documento dell'Archivio Notarile
di Napoli, rogato in data 25 novembre 1752, nel quale Raimondo di Sangro
indicò le istruzioni per marmorizzare un velo. Per completezza
d'informazione espongo formula e procedimento, disponibili in vari siti
della rete:
<<Calcina viva nuova 10 libbre, acqua barilli 4, carbone di frassino.
Covri la grata della fornace co' carboni accesi a fiamma di brace; con
ausilio di mantici a basso vento. Cala il Modello da covrire in una vasca
ammattonata; indi covrilo con velo sottilissimo di spezial tessuto bagnato
con acqua e Calcina. Modella le forme e gitta lentamente l'acqua e la
Calcina Misturate. Per l'esecuzione: soffia leve co' mantici i vapori
esalati dalla brace nella vasca sotto il liquido composito. Per quattro
dì ripeti l'Opera rinnovando l'acqua e la Calcina. Con Macchina
preparata alla bisogna Leva il Modello e deponilo sul piano di lavoro,
acciocché il rifinitore Lavori d'acconcia Arte. Sarà il
velo come di marmo divenuto al Naturale e il Sembiante del modello Trasparire>>.
In qual modo commentare? Grazie al Cielo, nell'inconsapevolezza della
natura dello "spezial tessuto", essendo oramai defunto Giuseppe
Sanmartino e non più operante il pensiero del Principe, il Cristo
Velato rimane un pezzo inimitabile.
In assenza di prove empiriche, non potendo alla stregua di San Tommaso
saggiare il costato del Cristo, al fine d'indagare la possibile natura
del velo non resta che una possibilità: seguire i suggerimenti
della Meditazione di Ripa, che pensa stando seduta su una pila di libri,
e dell'Angelo di Celebrano, che a sua volta specula assiso sulla pietra.
Con un'avvertenza: ogni processo di comprensione dell'Opera altrui si
presenta come compito infinito e può esser dato per certo soltanto
in termini probabilistici, fintantoché ogni nuovo elemento scoperto
s'incastra nello scenario raffigurato. L'interpretazione, a mio parere,
rimane quindi un atto di fede, più o meno verosimile, che soltanto
al limite si consegue con sicurezza.
Il primo quesito da sciogliere concerne i campi d'indagine e le conoscenze
del Principe di San Severo. Possedeva egli la scienza per produrre un
marmo sintetico, quarant'anni dopo che J. F. Böttger aveva individuato
la giusta alchimia per ottenere la porcellana dura? E' possibile che Raimondo
di Sangro, forse come Böttger alla ricerca della pietra filosofale,
abbia potuto scoprire una sostanza speciale, abile se spalmata a divenire
impalpabile e trasparente come un velo tessuto, in grado di liquefarsi
e solidificarsi alla stregua di una cera, capace di fondersi indissolubilmente
con una materia sottostante? Fu egli, in definitiva, in grado di attuare
l'antico motto dell'alchimia "SOLVE ET COAGULA"?
In relazione alla capacità del principe-scienziato di produrre
sostanze sintetiche, non esistono dubbi di sorta. Numerosi mastici e stucchi,
di sua invenzione, ancor oggi sono esposti nella Cappella. Ancora visionabile
è, soprattutto, una porzione del rivestimento che, sino alla fine
dell'ottocento, ricopriva il suolo della navata. Il pavimento, figurato
con un motivo a labirinto, presentava un cordone di marmo bianco che si
sviluppava, continuo e privo di giunture, per centinaia di metri all'interno
di tarsie marmoree policrome. E' comunemente accettata la tesi che il
Principe formò la striscia bianca con una sostanza originale la
quale, versata allo stato fuso in apposite canaline, si rassodò
realizzando il cordone di marmo artificiale.
Sulla capacità di produrre tessuti speciali, è Raimondo
di Sangro stesso a testimoniare, nella Lettera Apologetica11, sull'invenzione
di un Pekin partenopeo di color bianco:
<<...nel nuovo e gran ritrovamento del Bianco senza corpo alcuno;
di che finora Ritrovator non v'è stato. Si fa questo color bianco,
la cui bianchezza è tale, che sovrasta ogni altra candidezza, da
due limpidissime acque né corrosive né acide, le quali col
mescolarsi insieme arrivano in istante a giusta consistenza di ricotta.
Molti valentissimi Fisici, che han veduta una tale sperienza, ne sono
rimasi altamente sorpresi; e appunto questo impalpabile color bianco è
quello, che perfetto cotanto ha fatto il suo Pekin Partenopeo12...>>.
Si dilettò, il Principe, di lavorare in maniera originale anche
la lana, al fine di figurare i più vari Personaggi:
<<Un'altra spezie di tappezzeria di lana non tessuta, ma soprapposta,
che in Germania, e in Inghilterra si lavora, non solamente si è
contentato d'imitare..., ma all'ultima sua perfezione l'ha pur condotta
col sospignerne l'arte di lavorarla infino a figurare... ogni specie di
Personaggi13...>>.
Rimane l'ultimo nodo da sciogliere. Era in grado il Principe, con le sostanze
e coi tessuti ideati, di formare un velo, candido e trasparente, bianco
ed impalpabile, col quale ricoprire "...la statua di marmo al naturale
di nostro Signor Gesù Cristo morto, involta in un velo trasparente
pur dello stesso marmo, ma fatto con tal perizia, che arriva ad ingannare
gli occhi de' più accurati osservatori; e rende celebre al mondo
il giovine nostro Napolitano Signor Giuseppe Sanmartino14...>>?
Nella Lettera Apologetica, Schleiermacher ne sarebbe esaltato, c'è
la risposta al quesito:
<<Degno sopra ogni altra cosa da lui ritrovata è lo scherzo
di sua propria mano formato in un quadro lavorato di lana alla sua maniera
rappresentante una divota Immagine di nostra Donna, nella sua maggior
parte ricoperta da sottilissimo velo, il quale, quantunque finto sia,
e con la divisata Immagine insieme formato, pure ad ingannare arriva anche
i più ben avvisati Riguardanti, parendo loro da quella distinto
e sovrapposto...conciossiaché finora non havvi Persona che professi
o no l'arte del dipignere, che caduta non sia nel divisato inganno, non
potendosi nel vederlo, trattenersi dall'impeto naturale di muoversi a
sollevarlo15...>>.
La testimonianza, perché fornita dall'Autore stesso, è incontestabile:
già nel settembre del 1750, mese nel quale l'Apologetica fu "certificata"
dall'Accademia della Crusca, due anni prima della certa datazione del
Cristo Velato, Raimondo di Sangro possedeva la scienza per formare un
velo, apparentemente sovrapposto e distinto dalla materia sottostante,
di fatto formato insieme con la divisata (cioè separata) immagine.
L'immagine velata di "nostra Donna" fu donata a Carlo III e
da questi allogata a Palazzo Reale, nella propria stanza da letto. Del
quadro, almeno per quanto a mia conoscenza, si sono perse le tracce. Nondimeno
è stato oscurato il passo testé citato, che ne narra la
realizzazione: sebbene il brano sia chiaramente esposto nell'Apologetica,
nonostante il testo sia, per quanto concerne l'inganno che il velo induce
negli osservatori, incredibilmente simile alla descrizione che Raimondo
di Sangro fece del Cristo Velato nella Lettera a Giovanni Giraldi, non
l'ho ritrovato citato in nessuno dei lavori che trattano le opere della
Pietatella.
Sorge, allora, veramente il dubbio che le convenienze ideologiche ed economiche
che gravitano intorno alla Cappella abbiano, finora, prevaricato il diritto
al rispetto della memoria del Principe di San Severo, condannato ad essere
per taluni un massone, per altri un traditore della Massoneria16, per
i più un negromante.
Quali veli di marmo, allora, occorrerà sollevare per rendere a
Raimondo di Sangro la dignità d'eminente pensatore del secolo dei
lumi che gli compete? Quali allegorie bisognerà interpretare per
restituirgli il decoro?
L'inquietante monumento dedicato all'avo Cecco di Sangro, che incombe
da sopra la piattabanda dell'attuale portone d'ingresso alla Cappella,
pare essere il più indicato a svelare la verità del Principe.
Cecco di Sangro, che fu scolpito armato di spada e nell'atto di fuoriuscire
da un cassone, sembra saperla lunga.
Questa di Cecco, però, è un'altra storia del Principe dei
Veli di Pietra.
Note
* [Si veda anche quanto se ne dice in Stevan Dedijer, "The Rainbow
Scheme - British Secret Service and Pax Britannica", Episteme N.
2, 2000:
http://itis.volta.alessandria.it/episteme/ep2ded.htm
1 - Il presente lavoro, purtroppo, non è corredato di foto. Gli
attuali gestori della Cappella, che non sono discendenti in via diretta
del Principe di San Severo, rilasciano l'autorizzazione alla pubblicazione
delle immagini soltanto dopo aver giudicato l'uso al quale sono destinate.
Per le informazioni esposte nel seguito ho ritenuto improponibile la richiesta
di un loro beneplacito. Non si possono biasimare: il valore di un capolavoro
di marmo, da un punto di vista meramente venale, è immensamente
superiore a quello di una scultura alchemica. Poco varrebbe a compensare
le perdite, per chi non ne perpetua il cognome, l'elevazione di Raimondo
di Sangro al grado di scienziato eccelso. Di conseguenza, a coloro che
vorranno gustare la bellezza delle opere che più frequentemente
citerò, siccome i link non sono perseguibili per violazione dei
diritti d'immagine del settecento (sic!), suggerisco di visionare il sito:
http://www.museosansevero.it/
2 CESARE D'EUGENIO CARACCIOLO, Napoli Sacra, Napoli, 1624
3 L. SANSONE VAGNI, Raimondo di Sangro principe di San Severo, Ed. Bastogi,
Foggia, 1992
4 RAIMONDO DI SANGRO, Iconologia del Cavaliere Cesare Ripa Perugino, Stamperia
di Piergiovanni Costantini, Perugia 1764 -1767
5 ROSANNA CIOFFI, La Cappella Sansevero. Arte Barocca e Ideologia Massonica,
Ed. 10/17, Salerno, 1994
6 Numerosi emblemi, tratti dall'edizione citata dell'Iconologia e purtroppo
privi delle didascalie a commento delle immagini, sono disponibili nel
sito:
http://www.humi.keio.ac.jp/~matsuda/ripa/catalogue/ripa_illus_html/043k0001w.html
7 LINO LISTA, "Il Mistero del Vino di Cana", in Episteme n.
7, Perugia 2003. L'articolo, nel quale è esposto il cosiddetto
criterio ermeneutico mosaicale, è disponibile all'indirizzo:
http://itis.volta.alessandria.it/episteme/ep7/ep7-cana.htm
8 Per osservare l'Inganno:
http://www.humi.keio.ac.jp/~matsuda/ripa/catalogue/ripa_illus_html/043k0299w.html
9 RAIMONDO DI SANGRO, Lettera Apologetica dell'Esercitato Accademico della
Crusca contenente la Difesa del Libro Intitolato Lettera d'una Peruana
per rispetto della supposizione de' Quipu..., Napoli, 1750
10 Leen Spruit (a cura di), Lettera Apologetica..., di Raimondo di Sangro,
Alos Edizioni, Napoli, 2002, pag. 75
11 Si annota che Raimondo di Sangro, nel corso di una lunga nota dell'Apologetica
nella quale descrisse le proprie invenzioni, discusse di se stesso in
terza persona, con l'appellativo d'Autore
12 Ibidem, pag. 180
13 Ibidem, pag. 180
14 La descrizione del Cristo Velato, effettuata dallo stesso Principe
di San Severo successivamente alla realizzazione della scultura, è
tratta dalla quarta delle Lettere che il nobile inviò a Giovanni
Giraldi, membro dell'Accademia della Crusca e suo amico. L'intera corrispondenza
è nell'opera: R. DI SANGRO, Lettere del Signor Raimondo di Sangro
Principe di Sansevero sopra alcune scoperte chimiche indirizzate al Signor
Cavaliere Giovanni Giraldi Fiorentino, Napoli 1753
15 Leen Spruit (a cura di), op. citata, pag. 180-181
16 E' noto che Raimondo di Sangro, era massone e Gran Maestro nel 1750.
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